Limitare i danni

In politica estera non vanno mai perse di vista le questioni di fondo. Il dibattito italiano corre spesso il rischio di essere distratto dalle cialtronate anti-israeliane e filo-hezbollah di Massimo D'Alema o dai pasticci improvvisati di Romano Prodi. È comprensibile. Ma con tutti i danni che i comportamenti del nostro ministro degli Esteri o le improvvisazioni prodiane possono procurare, non ci si deve distrarre da quello che è oggi l'obiettivo centrale: la stabilizzazione della crisi libanese con la collocazione di una forza d'interposizione internazionale ai confini con Israele.
Solo questa soluzione consente di raggiungere risultati strategici di vario tipo: innanzi tutto permette un negoziato più serrato con l'Iran sulle sue aspirazioni ad armamenti nucleari, negoziato che Teheran cerca di evitare approfittando della crisi libanese. Poi, offre a Israele una tregua per riprendere l'iniziativa sul fronte palestinese, dove va contenuto l'altro gruppo terroristico, ma sunnita, Hamas. Si tratta, ancora, di esercitare una serrata pressione sulla Siria, paese la cui destabilizzazione potrebbe creare un nuovo focolaio di crisi permanente ma che è retto da una dittatura filoterroristica. E naturalmente vi è poi da sostenere lo sforzo per evitare che l'Irak precipiti nella guerra civile, obiettivo raggiungibile ma non semplice. Infine non si deve scordare come il governo Siniora a Beirut sia uno dei pochi frutti della campagna di democratizzazione del Medio Oriente lanciata da Washington e si debba cercare di preservarlo.
Per questi motivi l'intervento Onu è indispensabile. E, in questo senso, il centrodestra ha fatto bene ad approvare la scelta d'indirizzo parlamentare a sostegno dell'invio di un corpo di spedizione italiano, e farà bene a esaminare con attenzione la possibilità di un contributo rilevante del nostro Paese. Iran, pacifisti, estremisti di tutti i tipi sostengono che questo impegno sarebbe il rovesciamento della politica estera berlusconiana. In realtà costituirebbe (per il perseguimento degli obiettivi strategici prima riassunti) un proseguimento di quella linea, e anzi sarebbe possibile solo grazie ai rapporti militari e politici che Roma in questi anni ha stabilito con Washington e Gerusalemme.
È tenendo ferma questa impostazione che si può poi cercare di limitare i danni che D'Alema e Prodi stanno combinando con le loro sparate, determinate anche dalla presenza di un così largo settore estremistico nella loro coalizione. Che le passeggiate di D'Alema con esponenti hezbollah o le dichiarazioni di amore per Teheran di Prodi stiano provocando guasti, è evidente. Senza questi atteggiamenti, per esempio, non vi sarebbe stata la dichiarazione antisemita dell'Ucoii: i nostri estremisti islamici si sentono protetti da chi ci governa.
Anche il gioco in cui il regime degli ayatollah ci vuole attirare (per dividere gli europei e questi ultimi dagli americani) è particolarmente pericoloso ed è alimentato dalla tendenza dalemian-prodiana alla sbruffoneria. Ma cialtronate e rischi, contro cui si possono utilizzare anche tante posizioni responsabili presenti nel centrosinistra (quelle di Arturo Parisi, di Piero Fassino, di Furio Colombo, di Antonio Polito e altri) non devono far perdere di vista gli obiettivi strategici. Naturalmente curando con attenzione che i nostri soldati non siano mandati allo sbaraglio. Tra l'altro propria questa crisi libanese rivela il fallimento del velleitarismo gollista dopo quello delle furbate schroederiane, e dimostra con chiarezza come l'unità europea possa ripartire solo in una chiave rigorosamente atlantica.