L'imprenditore Padovan e la sua "guerra all'Italia"

&quot;Il Veneto è tornato libero&quot;: in busta paga 100 euro ai dipendenti per l’errore di Calderoli. Fabio Padovan, spalla e mano fracassate nei sit-in, 19 processi in 20 anni, mai interrogato dai magistrati<br />

Pensi: toh, s’è conver­tito. Infat­ti sul tetto dello stabi­limento sventola il tricolore, anche se ac­canto, in posizione leggermente soprae­­levata, garrisce al vento il vessillo rosso e oro della Serenissima e svetta un capitello con sopra il Leone di San Marco. «La bandie­ra cambia a seconda della nazionalità del­l’ospite », ci tiene a chiarire Fabio Padovan, «e oggi l’ospite è lei,un italiano.Fosse arriva­to ieri, avrebbe trovato quella dell’Ecuador, perché c’era in visita una delegazione prove­niente dall’America Latina». No, non s’è convertito. Il titolare della Otlav (Officine tornerie lavorazioni articoli vari) resta in guerra con lo Stato, come da vent’anni a questa parte, e se fossi venuto qui, nella zona industriale di Santa Lucia di Piave (Treviso), solo una settimana fa, ne avrei avuto una prova ancora più plastica: parcheggiato davanti alla fabbrica c’era il tanko usato dagli otto serenissimi per espu­gnare il campanile di San Marco il 9 maggio 1997, nel bicentenario dell’invasione napo­l­eonica che affossò l’ultramillenaria Repub­blica di Venezia.

Il leggendario mezzo blin­dato è stato il regalo per i 55 anni di Padovan, festeggiati con le maestranze e gli insorti. Il tanko è rimasto sul piazzale della fabbrica per quattro mesi, venerato come una reli­quia da una processione di pellegrini muniti di macchina fotografica. D’altronde l’im­prenditore è stato fra i più munifici sotto­scrittori che hanno partecipato alla colletta per riscattare il mezzo blindato sequestrato dall’autorità giudiziaria e ora restituito a Fla­vio Contin, El Vècio del commando: 6.674 euro. «All’asta hanno partecipato tre corda­te, una anche della polizia di Stato, che avrebbe voluto esporlo nel proprio museo come corpo del reato».

Quando c’è di mezzo la libertà del suo Ve­neto, il proprietario della Otlav non bada a spese. Da qualche giorno è particolarmente euforico per l’inedita situazione creata dal ministro della Semplificazione normativa, che nel suo furore iconoclasta ha rottamato senza volerlo un’appendice dell’Unità d’Ita­lia. Lo si desume dalla mail inviata al direttore amministrativo, Gio­vanni Tonon, e per co­noscenza a tutti i dipen­denti. Oggetto: «Inde­pendensa ». Testo: «Tut­ti sapete come la penso. Ora, per un errore del ministro Roberto Cal­deroli, è stato formal­mente abrogato il Re­gio decreto 3.300 del 4 novembre 1866, che sanciva la sottomissio­ne di Mantova e della Repubblica di Venezia al Regno d’Italia. An­ch­e questo doveva capi­tare nella mia vita. Il Ve­neto è indubbiamente e formalmente indipen­dente.

Adesso si dice che lo Stato italiano può far valere il diritto di usucapione nei con­fronti dei territori del Veneto. Mi sembra paz­zes­co che uno Stato usu­capisca un altro Stato, ma tant’è. Dopo averci dormito su bene, in as­soluta serenità d’ani­mo, ho deciso che vo­glio dare un piccolo se­gnale di questo evento, che per me è comun­que storico, per altri è una cazzata. Desidero che resti il ricordo del “Giorno de l’Indepen­densa veneta” dalla fa­melica lupa italica. Quindi, Tonon, nella prossima busta paga inserisca un bonus di 100 euro. Grazie». Esborso a parte, ha festeg­giato l’indipendenza conquistata per errore anche con un carosello di auto che, partito da Conegliano, ha toccato Asolo, Treviso, Spresiano, Montebelluna, Pieve di Soligo.

Padovan, cinque figli, laureato in econo­mia e commercio, fondatore e presidente della Life (Liberi imprenditori federalisti eu­ropei), già deputato leghista in odore d’ere­sia, organizzatore delle ronde antifisco e di memorabili scontri con la Guardia di finan­za che gli hanno lasciato una lunga cicatrice sull’omero, prende tutto così: di petto. Né può essere diversamente, visto che nella vi­ta s’è fatto guidare sempre e solo dal cuore. Non dalle braccia: l’arto destro, deformato, è più corto del sinistro di qualche centime­tro e tenuto su da una vite in titanio da quan­do gli aprirono la spalla durante un sit-in di protesta. Non dai pugni: le forze dell’ordine gli fracassarono la mano sinistra con una manganellata. Non dai muscoli: già min­gherlino, perse 18 dei suoi 78 chili nelle tre settimane di sciopero della fame e della sete per far cacciare Anna Mazza, vedova del ca­morrista Gennaro Moccia, che era stata in­viata in soggiorno obbligato a Codognè, «e da allora il mio metabolismo è cambiato per sempre». O forse è cambiato anche perché, raccontano, per 12 anni s’è astenuto dal ci­bo il 20 d’ogni mese, un ex voto che pare ab­bia guarito dal cancro una persona cara.

Il cuore di Padovan pulsa in ogni angolo della sua avveniristica fabbrica, a comincia­re dal casolìn , lo spaccio interno dove a tur­n­o quattro operaie sovrintendono allo scam­bio di capi d’abbigliamento usati fra i dipen­denti e alla consegna della frutta biologica di stagione portata dai contadini di Breda di Piave, «perché questa è una grande fami­glia ». Sul portone ha fat­to incidere un versetto in latino dal Libro di Giobbe , «Vita hominis militia est», e una frase in italiano, «Hai una pos­sibilità », «questa è mia, per ricordare che tutti sbagliano e hanno dirit­to­a un’occasione di per­dono ».

I carrelli elevatori, grandi tre volte rispetto ai normali muletti, sono guidati da raggi laser, gi­rano per la fabbrica da soli, avanzano, indie­treggiano, svoltano, ca­ricano, scaricano, evita­no gli ostacoli, robot in­somma, che però reca­no dipinti sul muso no­mi e soprannomi di cri­stiani, «si chiamano Ri­no, Ciano, Venanzio e Artemio, erano i carrelli­sti che sono andati in pensione, Artemio pur­troppo è già morto, e i suoi tre compagni, quando hanno visto che li avevamo ricordati così, si sono messi a piangere come bambi­ni ».

Un altro robot posi­ziona i pezzi, «un paias­so dentro ’na gabia za­la », ride Padovan, «Hic est Bagonghi» avverte un cartello,su calco del­l’ «Hic sunt leones» del­l’antica Roma e dal no­me di un celebre clown, un pagliaccio dentro una gabbia gialla che però costa 600.000 eu­ro. «L’80% dei macchinari è progettato da noi,sforniamo una media di 12 brevettil’an­no, un lustro ci ho messo ad automatizzare lo stabilimento per non soccombere sotto i colpi della concorrenza cinese». Già che c’era, l’ha dotato di aria condizionata per non far sudare gli operai e ha indicato sui muri quella che dev’essere per tutti la meta, 1,618, il “phi” simbolo della divina perfezio­ne, il rapporto costante della sequenza di Fi­bonacci che si rintraccia nelle sculture di Fi­dia, nell’ Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, nelle fughe di Bach, nelle piramidi, nelle proporzioni del corpo umano. La Otlav produce ogni anno 55 milioni di cerniere per serramenti, esporta in 58 Paesi, fattura 22 milioni, ha 172 dipendenti. Fu fon­data da Angelo Padovan, che oggi dà il nome alla strada in cui ha sede. Era il padre dell’at­tuale titolare. Anche se morì nel lontano 1990, l’operaio Roberto Gandin, che lavora qui da 35 anni, tiene ancora appeso al tornio il santino che fu stampato per il trigesimo. E si torna sempre lì, al cuore.

Nel pavimento in plexiglas di un balconcino in stile venezia­no, dal quale i visitatori si affacciano per ve­dere l’interno della fabbrica («da viçin l’è meio de no, i me copia i machinari»), è impri­gionata l’eredità del defunto: una moneta da 100 lire, una da 50, una da 10 e una da 5, in tutto 165 lire, «quello che aveva in tasca quando fu colto da un ictus». Disseminati intorno agli spiccioli, i campioni delle cer­niere di varie fogge prodotte dal 1956 a oggi, 1,5 miliardi di pezzi, «nel mondo oltre 700 milioni di porte girano sui nostri cardini». Siccome Fabio Padovan è stato chierichet­to fino all’età di 19 anni, sulla porta del bal­concino ha voluto la riproduzione del Padre Eterno dipinto nel 1505 dal veneziano Gio­vanni Bellini. Ma non è che una delle 56 serigra­fie a grandezza natura­le che ornano gli ingres­si di tutti gli uffici, copie fedeli di altrettanti di­pinti di Tintoretto, Tie­polo, Tiziano, Verone­se, Mantegna, Carpac­cio, Palma il Giovane, Cima da Conegliano e altri maestri della pittu­ra veneta. Sulla porta del suo ufficio campeg­gi­a un’altra opera di Bel­lini, il ritratto del doge Leonardo Loredan, che nel 1508 difese Venezia dalla crociata di Papa Giulio II e sconfisse la Lega di Cambrai.

Sul­l’uscita di sicurezza fi­gura Lo sposalizio del mare di Canaletto, con tanto di maniglione an­tipanico che taglia a me­tà la facciata del Palaz­zo Ducale. Soltanto su una porta, quella degli uffici amministrativi, compare una foto: ri­trae Luigia Padoin, det­ta Gina, all’età di 16 an­ni, «la nostra più vec­chia operaia, oggi ne ha 81». Ed ecco che la por­ta si apre e compare pro­prio lei in carne e ossa. Sua madre. Sta ancora qui tutti i giorni, fino al­le 6 di sera, a occuparsi di contabilità e fornito­ri. E non appena sulle labbra del figlio affiora l’antico sogno,«independensa»,parte il rim­brotto: «Tasi! Te si italian. Vergògnete!».

Sembra un museo, più che un’azienda.
«Pensi che per stampare i dipinti sulle porte ho dovuto pagare i diritti al Louvre, alla Na­tional Gallery, al Puskin di Mosca, al Naro­dowe di Varsavia. Solo i musei di Venezia mi hanno negato l’autorizzazione, rinuncian­do a incassare le royalty».

L’incudine all’ingresso che cosa rappre­senta?

«È del 1700, proviene dall’Arsenale di Vene­zia, che varava 40 navi al mese e fu il primo esempio al mondo di lavorazione a catena, con 500 anni d’anticipo su Henry Ford e sul fordismo. Nel 1574, durante la visita di Enri­co III di Francia, una galea fu costruita da zero e messa in acqua in un solo giorno per convincere il sovrano a ordinare una flotta».

Complimenti per il pavimento di mar­mo nella hall.

«Copia perfetta di quello della Marciana, la più bella biblioteca del mondo. La Serenissi­ma stampava i libri degli eretici d’ogni ri­sma, perché il patriarca era nominato dal do­ge e qui l’Inquisizione non ha mai attecchi­to. C’è anche un museo all’esterno che riper­corre la vita dell’universo dal Big bang fino al 1866, la vergogna italiana. Lei cammina e impara. I passi lungo le aiuole della preisto­ria equivalgono a 200 milioni di anni, quelli nella storia a 100 anni».

Che farà il 17marzo per il 150˚dell’Unità d’Italia?

(Telefona al direttore amministrativo: «To­non, cossa sucede el 17 de marso? Ah, go ca­pìo... Vedarèmo») . «Mi prenderò un giorno di festa. Ma contro ’sta specie de unità».

Lei non si sente italiano?
«No. Mi sentivo, cavoli. Ho fatto il carabinie­re a Cuneo e a Pordenone. La vista del trico­lore mi dava i palpiti. La patria per me era un ide­ale. A Trieste, dove ho frequentato l’universi­tà, andavo con la ban­diera sotto le finestre del sindaco a protestare contro il Trattato di Osi­mo che svendeva l’ulti­ma parte dell’Istria alla Jugoslavia. “Manlio Ce­covini / servo dei titini”, gridavo».

Ma da carabiniere ha giurato fedeltà all’Ita­lia.

«All’onestà. Quel giura­mento s’è infranto quando ho visto scorre­re in televisione le im­magini del generale Car­lo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanue­la Setti Carraro trucida­ti dalla mafia a Paler­mo. Ritengo lo Stato re­sponsabile della loro morte. Ho un ricordo ni­tido del generale Dalla Chiesa che ci parla a Udine, noi schierati in caserma alle 4 del matti­no, lui che ci sprona, ci infonde fiducia, pro­nuncia un discorso ter­so come una giornata di primavera, uno di quei discorsi che ti schiudo­no l’orizzonte. Quella sera, vedendo il telegior­nale, il mio orizzonte s’è chiuso per sempre».

Che Italia vorrebbe?
«Federalista. Da veneto voglio decidere il futuro mio e dei miei figli senza dover chiedere a Roma».

Che cos’aveva in mente, quando nel 1994 fondò la Life? «Proprio questo. Avevo creato il kit del mis­sionario, andavo in giro a catechizzare i miei colleghi, 2.000 iscritti in breve tempo, una sede perfino a Conversano, provincia di Ba­ri. In caso d’ispezione da parte di un qualsia­si organo dello Stato, ci avvisavamo l’un l’al­tro e 15 di noi accorrevamo in veste di assi­stenti fiscali del certificato».

Che significa?
«Testimoni muti.Non c’è niente che inquie­ti i­burocrati più dell’essere sotto osservazio­ne. Qualche errore lo commettono sempre. Così eravamo noi a fare il verbale a loro. Chiedevamo nome, cognome, grado e li de­nunciavamo alla stessa autorità da cui di­pendevano. Siamo arrivati al punto che le Fiamme gialle si astenevano dalle verifiche per paura».

Pazzesco.
«Poi un giorno ci schierammo in difesa di un piccolo laboratorio artigianale a Torre di Mo­sto, nel Veneziano, un padre che produceva sapone con i figli. Arrivarono i finanzieri con i mitra e il colonnello ordinò: “Spazzatemi via questa marmaglia!”. Mi toccò denuncia­re il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco. Cominciò la persecuzione, 19 processi, accu­se da ergastolo: associazione sovversiva con finalità di terrorismo, istigazione a disobbe­dire le leggi, associazione a delinquere, apo­logia direato.Ma non m’interessavanulla di quello che lo Stato italiano faceva contro di me. Per me non esisteva più, era morto. Per mia madre no, poveretta, per lei esisteva an­cora: perquisizioni in casa alle 6 del mattino, con i carabinieri in cerca di armi. Ed esisteva ancora anche per mio fratello Massimo, che non c’entrava nulla, ma fu tirato in ballo in­giustamente. Be’, ci crede? Sono stato inter­rogato dai magistrati una sola volta. E ho avu­to un’unica condanna, per diffamazione a mezzo stampa. Ma allora che cosa dovrei di­re io dei servizi usciti sul Gazzettino ? A com­mento di una mia presa di posizione, il gior­nalista scrisse: “Sentiamo adesso l’opinione di industriali veri”. Veri, capisce? Io ero la scimmia. I miei colleghi politicamente cor­retti avrebbero voluto rieducarmi».

Fu accusato di tramare contro lo Stato mediante la creazione della «Polisia na­thionale veneta».
«Un’altra invenzione dei giornali. Non c’en­travo niente. Semmai sono stati i poteri dello Stato a tramare contro di me. Volevano persi­no incolparmi del suicidio di un militante le­ghista di Bocca di Strada. La moglie, una bi­della, fu portata in un ufficio della Guardia di finanza. Le fecero pressioni psicologiche af­finché firmasse una dichiarazione in cui af­fermava d’aver sentito il marito accusarmi d’averlo minacciato,in quanto si sarebbe ac­corto che io avevo rubato i soldi dalla cassa della Lega ed ero andato in Jugoslavia a com­prare le armi necessarie per la rivoluzione. S’immagina che fineavreifatto rinchiuso al­l’Ucciardone di Palermo? Ma quella piccola donna, sola, impaurita, resistette eroica­mente e si rifiutò di mandarmi in galera».

E tutto questo lei come l’ha saputo?
«Anche nella burocrazia italica vi sono per­sone d’integrità adamantina, intelligenti, che tengono in piedi la baracca,schifate dal­l’andazzo generale. Impiegati dell’Agenzia delle entrate, funzionari dell’Inps, finanzie­ri. Solo che non sanno a chi riversare le loro angustie. Hanno deciso di fidarsi di un tizio che prende botte da tutti. E così sono venuto in possesso dei dossier confezionati su di me dai servizi segreti. Li ho affidati a un con­tadino, che li ha sepolti nella cantina dove tiene appesi i salami. A futura memoria».

Suggestivo. Ma un po’ vago.
«Un giorno mi telefona un maresciallo delle Fiamme gialle: “Sono originario di Frosino­ne, mio padre mi ha educato all’onestà. Do­vrei parlarle”. Si chiama Oscar D’Agostino. Ha avuto il coraggio di ribellarsi. Abbiamo dovuto nominarlo presidente onorario del­la Life ed eleggerlo consigliere comunale a Santa Lucia di Piave per non farlo trasferire da Treviso a Massa Carrara, per sottrarlo al­le grinfie dei suoi superiori, fra cui quel co­lonnello Mauro Petrassi, comandante del nucleo di polizia tributaria del Veneto, arre­stato, condannato e degradato per corruzio­ne, che a Lugano aveva un conto bancario da 4 milioni di euro. In un rapporto dei servi­zi segreti si legge che fra me e D’Agostino erano “sorti addirittura legami di amicizia personale”. Pensi, hanno inventato anche il reato di amicizia! E infatti oggi il maresciallo D’Agostino mi chiama fratello. Perché in guerra si diventa fratelli, sa?».

Il padre di un vostro iscritto, Lino Beden­do, 68 anni, commerciante di Rovigo, morì dopo un’atroce agonia:aveva bevu­to acido solforico mentre le Fiamme gial­le gli stavano sequestrando la contabili­tà degli ultimi tre anni. Ha senso suicidar­si per le tasse?
«Un umile riparatore di biciclette, un uomo libero. Andarono con i mitra a ribaltargli i cassetti della camera, cercavano i registri fra le mutande e le canottiere. Ho sempre detto e scritto che quando le leggi sono incom­prensibili, inapplicabili e irrispettabili, sei costretto a difenderti, perché nel marasma fioriscono la concussione e la corruzione. Bedendo disse al figlio: “Paga l’Ici e manda via i briganti”. Il tenente della Finanza lo schernì: “Lei mi sembra agitato”, e ordinò ai suoi uomini: “Accompagnatelo a prendere un po’ d’aria”.L’artigiano replicò: “Mi porta­te fuori da casa mia? Guardi che se lei gratta la calcina di questi muri, vedrà sgorgare il mio sangue”. Poi scrisse su un foglio: “Sono libero”. Consegnò il biglietto all’ufficiale e, sotto i suoi occhi, bevve il bicchiere di vele­no. I parenti mi telefonarono disperati, par­tii subito per Rovigo. Dall’auto telefonai a Re­nato Farina, che lavorava al Giornale . Unuo­mo sta morendo di fisco, gli dissi. E ci tro­vammo a recitargli insieme un’Ave Maria».

Terribile.
«Ho assorbito il dolore del mondo. Le ho sempre prese. Date, mai. Sa quanti samurai veneti ho visto morire? Una ventina nel solo 2010. Famiglie pulite, persone buone, perbe­ne, che tiravano la vita con i denti, che non avevano lo yacht ormeggiato a Portofino. Chiedevano solo di poter lavorare in un Pae­se dove ci siano regole certe da rispettare. Era gente che voleva vivere al riparo della legge e non arrivare a sera col terrore d’aver­la violata senza nemmeno saperlo».

E invece?
«Appena apri una partita Iva sei già fuorileg­ge. Io vorrei che mi fosse concesso per un giorno di controllare se all’Agenzia delle en­trate tengono i registri in ordine, se rispetta­no tutte le virgole come prescritto dalle loro regole. E poi uno Stato non può sottrarre il 70% del reddito d’impresa. Ma lei lo sa che hanno inventato persino le tasse sulle perdi­te? Con l’Irap, introdotta da Visco, paghi il 200%, anche il 300%, perché sei tassato sul monte salari e sugli interessi passivi. Quindi se assumi personale o se fai investimenti ri­correndo a prestiti in banca, sei penalizzato. La Otlav versa 4-5 milioni l’anno di tasse. Nel 2009, a causa della crisi economica, per la prima volta ha avuto una perdita di 45.000 euro, sulla quale ho dovuto pagare al fisco 250.000 euro».

Giorgio Panto, prima di morire precipi­tando nella laguna di Venezia col suo eli­cottero, lasciò polemicamente la presi­denza della Life sostenendo che molti di voi non volevano semplicemente pagar­le, le tasse.
«Abbiamo sempre fatto obiezione fiscale, ma alla luce del sole. Di­cevo agli iscritti: è inuti­le che lavoriate in nero, perché così avallate il si­stema, fate esattamen­te quello che lo Stato si aspetta che facciate. Noi invece dobbiamo batterci affinché la tas­sazione sia portata a un livello accettabile. E poi chi evade sia sbattuto in galera».

E quale sarebbe un li­vello accettabile?
«Il 35%. È una media eu­ropea, e fra le più alte».

Gian Antonio Stella ha scritto sul Corrie­re della Sera : «Fabio Padovan, il fondato­re della Life, ammet­te: “Certo che il Nor­dest va forte anche perché evade. E allo­ra?”».
«Ma evadere rispetto a quale legge? Europea? Francese? Tedesca? Au­striaca? Se io pagassi il 50% di tasse, anziché il 70%, in Austria sarei con­siderato un benefatto­re. Apra una partita Iva e cominci a confrontarsi con costi e ricavi, poi ne riparliamo. Lo saprà Stella che Romano Pro­di riuscì nell’impresa d’inventarsi una legge con effetto retroattivo che rende indetraibili i costi per l’acquisto dei terreni su cui ti costrui­sci la fabbrica? Per cui io mi sono trovato a pagare una montagna di tasse per questo nuovo stabilimento che avrei potuto benissi­mo aprire in Romania. Comunque l’anno scorso ho avuto una verifica fiscale e alla fine i funzionari delle imposte ci hanno definito un’azienda modello. Si sono complimentati per come teniamo la contabilità e mi hanno persino lasciato una dedica sul registro degli ospiti».

Nei due anni in cui è stato deputato della Lega non poteva metterci una pezza?
«Appena arrivato a Roma, stavo negli uffici della Lega fino alle 2 di notte a preparare emendamenti. Ci credevo. Pensavo di poter cambiare qualcosa. Finché un giorno non è andata in discussione a Montecitorio la leg­ge per il finanziamento della Regione Sicilia­na. Eravamo 90 in aula. Passò con 150 voti a favore e 30 contrari. Il doppio dei presenti. I deputati degli altri partiti s’erano messi d’ac­cordo: venivano in aula una settimana cia­scuno, a rotazione, e votavano chi per due, chi per tre, chi per quattro. Io, fesso, scattai le foto dell’emiciclo semivuoto. Il presidente della Camera, che allora era un certo Giorgio Napolitano, mi richiamò all’ordine strepi­tando: “Onorevole collega! Onorevole colle­ga lassù con la macchina fotografica!”. Feci scivolare la fotocamera nella borsetta della mia vicina di banco, Irene Pi­vetti, mentre i commes­si si fiondavano come falchi verso il seggio per sequestrarmela. Ecco, lì ho capito che non è una democrazia. È solo la recita della democra­zia. Dissi a Roberto Ma­roni: “Mi dimetto”. Al­l’ultima riunione di par­tito, Umberto Bossi mi prese le mani fra le sue: “Sparerai contro di me. Tu non puoi fare politi­ca, perché sei un ideali­sta”. Però anni dopo, quando ho avviato con 300 volontari della Life l’autoriduzione fiscale e ci siamo messi per qualche tempo a versa­re le imposte secondo la media europea, pur con­sapevoli che poi lo Stato ci avrebbe tartassati ap­plicando il 5% di interes­si e le sanzioni, il Sena­tùr venne qui in Otlav a chiedermi: “Facciamo queste cose insieme”».

Oggi per chi vota?
«Ho votato un paio di volte per Silvio Berlu­sconi quando era sotto attacco dei magistrati».

Allora mi sa che le toccherà votarlo per tutta la vita. «Quando c’era, votavo per il Psdi. Una volta ho votato per l’Ulivo, ma solo perché volevo che gli italiani provasse­ro i comunisti, e infatti li hanno provati e si sono pentiti subito. L’ultima volta sono tor­nato alla Lega Nord».

Lei vagheggia un referendum per decide­re se il Veneto debba diventare uno Stato sovrano federato all’Italia. Un’utopia, non crede?
«Nel 2000, candidato alle regionali, persi la mia sfida proprio su questo punto, perché il mio avversario Giancarlo Galan proclama­va nei comizi: “Abbiamo già stanziato 4 mi­liardi di lire per indire il referendum sull’au­tonomia”. L’ha mai visto lei? Luca Zaia, il nuovo governatore, non poteva metterlo al primo punto nel suo programma elettorale? La volontà popolare no’ conta un casso,que­sta xe la verità».

Ma, scusi, ammettiamo che fosse stato in­d­etto il referendum e che gli indipenden­tisti avessero vinto. Un minuto dopo lei che faceva?
«Facevo scorta di panini e soppressa, anda­vo in Consiglio regionale, sprangavo le por­te, mettevo i materassi per terra e annuncia­vo: popolo veneto, da questo momento il nu­mero di conto corrente su cui versare le tasse è questo. Dopodiché negoziavo con Roma su quanto darle. Ma lo decidevo io se doveva essere l’1% o il 5%. Non è Roma che mi fa i trasfe­rimenti dei soldi miei. A quel punto venivano i carabinieri, buttavano giù le porte e ci portava­no in carcere. Ma intan­to c’era un popolo che aveva votato. Non esi­ste altra strada per usci­re da questo pantano. Bisogna che chi è eletto rischi la prigione, anzi vada in prigione».

S’è dimenticato che Roma garantisce si­curezza, sanità, istru­zione, trasporti, pre­videnza sociale?
«Bene, d’ora in poi non garantisce più nulla. Pa­ghiamo tutto noi. Pos­s­iamo provare ad ammi­nistrarci da soli? Se già mando avanti una fami­glia e un’azienda, maga­ri riesco a farcela. Nel frattempo non è ammis­sibile che in ospedale mi fissino una visita spe­cialistica d­opo otto me­si e che i miei figli a scuo­la debbano portarsi la carta igienica da casa, come succede adesso».

Mi par di capire che il federalismo ormai alle viste non la entu­siasmi.

«Per me non è niente. Magari mi sbagliassi! Non credo al federali­smo calato dall’alto. Ro­ma non ci darà mai nien­te. Dobbiamo prendercelo. Col prodotto in­terno lordo raggiunto dal Veneto, il giorno dopo l’indipendenza le buste paga aumente­rebbero del 30% e le pensioni anche di più. Qui non abbiamo il petrolio: solo le braccia e le teste. Ognuno dei miei operai sul posto di lavoro è un piccolo imprenditore, fa innova­zione continuamente, risolve, migliora, deci­de di saldare un ferro a T anziché a L, modifi­cando il processo produttivo. Questo è l’uni­co federalismo in cui credo».

Perché il Tar del Veneto ha respinto il suo ricorso per ottenere il porto d’armi?
«Perché sono “socialmente pericoloso”. Io, un ex carabiniere. Dopo l’assalto al campa­nile di San Marco vennero a ritirarmi la Smi­th & Wesson.Walter Veltroni,all’epoca mini­stro, mi aveva indicato come il maestro degli otto serenissimi. Il giorno dopo la sentenza del Tar avevo in azienda i banditi».

Fosse stato in possesso della sua calibro 38, l’avrebbe usata?
«Da deputato mi sono battuto per far depena­­lizzare, limitatamente alla casa propria, il rea­to di eccesso colposo di legittima difesa. Io ho il dovere, non il diritto, di difendere la mia abitazione da chi vi entra senza essere invita­to. Un uomo che si rispetti protegge la mo­glie, la prole, la mamma ottantenne. Una vol­ta che i delinquenti mi hanno legato, a che mi serve una pistola? La devo usare prima».

Sa dirmi di che cosa è fatto il miracolo veneto?
«Di tanto, tanto, tanto lavoro. Mio padre era operaio alla Zoppas, stava 12 ore al giorno in fabbrica, e poi di sera si metteva al suo tornio, che s’era comprato nel 1956 facendosi presta­re 400.000 lire dal suocero. Alle 4 di mattina partiva in Vespa, andava a consegnare il ma­teriale finito e poi tornava in stabilimento. L’ha fatto per dieci anni, sabati, domeniche, Natali, Pasque e Ferragosti compresi».

Ma chi glielo faceva fare?
«La sua famiglia era la più povera del paese: padre, madre, sei fratelli e due sole stanze. In terza elementare la maestra gli chiese: “Pa­dovan, perché ieri non sei venuto a scuola?”. Lui rispose: “Perché a casa non avevamo nul­la da mangiare”. Allora l’insegnante disse agli altri alunni: “Avete sentito, bambini? Do­mani portate tutti qualcosa ad Angelo”. Lui arrossì e giurò a se stesso: “Mai più!”. E a 8 anni andò a fare il guardiano delle vacche».

Come si batte la concorrenza cinese?
«Non servono dazi e barriere doganali. Sa­rebbe sufficiente far entrare in Europa solo i prodotti che rispettano le nostre norme sani­tarie. Ho fatto analizzare alcune cerniere dei miei competitori di Shanghai: contenevano cromo esavalente, una sostanza canceroge­na. Nel 2009 ho voluto andare in Cina a ren­dermi conto di persona. Paghe ferme da 10 anni. Sindacati di regime. Soldati armati a proteggere le cittadelle dei ricchi.Con l’euro a 1,50 sul dollaro avevano guadagnato in ot­to mesi il 22% di competitività. Non avevano la più pallida idea di che cosa fossero l’igie­ne, la tossicità degli elementi, le norme di sicurezza. Come la batti un’economia simi­le?».

Sia sincero: lei crede nella Padania?
«Non so dove sia, non so dove cominci. Sento di­re che dovrebbe include­re l’Umbria e le Marche. Ma poi: qual è la lingua della Padania? Si parla­no 19 lingue in Italia, ol­tre all’italiano. L’ufficia­le dei Nocs che arrestò i serenissimi, un meridio­nale, sentiva gli otto che urlavano: “No’ sparè!”, non sparate. “Coman­dante, sono greci”, avvi­sò via radio. Poi intimò loro: “Mani in alto!”. E i Contin: “Ghémo i cai ’nte ’e man”, abbiamo i calli nelle mani.L’ufficia­le allora si corresse: “No, comandante,sono tede­schi”. Come si fa a dire che l’Italia è unita?».

Sarebbe andato sul campanile di San Marco con gli otto? «Bella domanda. Loro hanno messo in gioco tutto: la libertà, la repu­tazione, il posto di lavo­ro, gli affetti, la vita stes­sa. Sono eroi. Non so se avrei avuto lo stesso co­raggio».

Pensa che si arriverà alla secessione?
«No. Avevamo nel san­gue uno spirito indomi­to, quello che ci vide op­porci alla Lega di Cam­brai, cioè allo Stato pon­­tificio, al Sacro romano impero, ai regni di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, di Scozia e d’Ungheria, ai ducati di Milano, di Firenze, di Ferrara e di Urbino, al marchesato di Man­tova, ai Cantoni svizzeri e all’impero ottoma­no. Il mondo intero coalizzato contro la Re­pubblica di Venezia. Ottomila contadini ve­neti, tutti volontari, caduti in sola battaglia. Poi siamo diventati serenissimi. Talmente serenissimi da addormentarci».