L'inafferrabile Apollodoro il Pessoa della ritrattistica

Nel Cinquecento a Padova i suoi lavori erano considerati perfetti: eppure nascondeva la sua identità sotto altri nomi

di Vittorio SgarbiIl Cinquecento a Venezia esprime alcuni fra i più grandi ritrattisti di tutti i tempi. Più che a Firenze, il ritratto a Venezia intercetta una dimensione umana, parlante, quasi mai aulica, spesso affaticata dal tempo e dalla malattia. La verità individuale, l'identità, sono forse - per la prima volta - rivelate, allo stupore del mondo, da un immigrato, un veneziano d'adozione, Antonello da Messina.Subito lo segue, per esempio nel mirabile Ritratto del doge Leonardo Loredan (1501-1502 circa, conservato nella National Gallery di Londra), Giovanni Bellini. Inizia poi una sequenza di persone vere e parlanti, con Giorgione, Tiziano, e Sebastiano del Piombo. Giorgione ci lascia almeno un ritratto, quello del Museo di San Diego in California, che è più vivo della vita, e apre la strada al Ritratto dell'uomo col guanto (1523 circa, conservato al Louvre a Parigi), di Tiziano. Segue l'insolente Ritratto di Pietro Aretino (1545, oggi a Palazzo Pitti a Firenze).Neanche se fossero davanti a noi, questi personaggi sarebbero più veri. E lo stesso, con un di più di nevrosi o di tormento, si può dire per il Lorenzo Lotto; e ancora, in una variante di implacabile crudeltà, per il Moroni. Tra i grandi ritrattisti c'è anche uno scultore, il trentino disceso a Venezia, Alessandro Vittoria. E mirabili ritrattisti sono anche Jacopo Tintoretto, piuttosto discontinuo, Paolo Veronese, capace di unire autenticità e solennità, Leandro Bassano, Palma il Giovane, e il minore Tintoretto, Domenico. Ognuno di loro ci riserva sorprese, creando persone parlanti, di cui sentiamo il calore, le speranze, i desideri. Eppure ogni tanto appare un ritratto che verrebbe da chiamare con il nome di uno dei sullodati artisti. Ma non finisce di convincere perché ha un nitore, una pulizia, una forza, che non corrispondono allo stile di nessuno dei riconosciuti maestri. Qualche tempo fa ho reso noto un ritratto di gentiluomo, che aveva meritato la copertina del catalogo dell'antiquario bolognese Maurizio Nobile, dall'ironico titolo Fior di barba, nella tetragona convinzione che il raffinato personaggio, dai guanti di pelle grigia, con la giacca di velluto dai bottoni d'oro e l'ampia borgiera, fosse di Leandro Bassano. È invece una notevole testimonianza di Francesco Apollodoro di Porcia, ritrattista la cui propensione aulica è piuttosto tizianesca che bassanesca.Nato nel 1531 a Porcia, Francesco Apollodoro fu attivo sopratutto a Padova, dove se ne conservano opere spesso sotto altro nome, come è accaduto al Gentiluomo «Nobile». In questo ritratto esemplare, nulla del pathos teatrale di Leandro, tutto consumato in facili effetti, ma il desiderio sottile di far vibrare un'anima attraverso il volto. La pittura è magra, rarefatta, ma nitida nel definire i lineamenti e i dettagli: la trasparenza dello sguardo, la pelle pettinata dei guanti, di quella specie scamosciata detta peccary, il portamento altero che non ostacola i richiami ai ritrattisti più introspettivi, come il Lotto, il Moroni, il Passerotti. Così lo vediamo nel Ritratto di Ercole Bazzani, del Museo Poldi Pezzoli di Milano, quasi speculare rispetto al nostro, nella postura e nella fierezza. Vi leggiamo la firma e la data: «Fran.° Apollodoro Venezia/ F.A.D. 1585/ In Padoa».Le fonti (Ridolfi, Rossetti, Moschini), concordano nell'indicare il pittore a Padova «dove si occupava con onore nel ritrarvi i più illustri personaggi huomo stimato nel far de' ritratti, onde ne fece un gran numero di Signori e Letterati del tempo suo, trà quali Speron Speroni, il Mercuriali, il Capo di Vacca, l'Acquapendente, lacopo Zabarella, il Cavalier Pellegrini, lacopo Gallo, l'Ottellio, il Sassonio, il Cavalier Selvatico, Francesco Piccolomini, & altri, e molti Signori Oltramontani, che capitavano allo studio di Padova, e quantità di nobilissime Dame». Sappiamo che dal 1606 Apollodoro risulta iscritto alla Fraglia dei pittori padovani, ma l'inizio della sua produzione in Padova sembra risalire a molto prima. Ai suoi trent'anni Apollodoro aveva infatti firmato «Franciscus venetus faciebat 1561» il Ritratto di Ettore Tiraboschi, rettore di Giurisprudenza a Padova, recentemente riapparso.Anche in questo caso, come nel Ritratto «Nobile», l'ispirazione è veritiera, non evocativa, con una puntualità e una intensità che soltanto il Lotto aveva mostrato nella sua restituzione di fragili verità umane. Per la forza espressiva, il pittore si mostra in equilibrio fra Tiziano e Moroni.Sempre di più appare chiaro che Apollodoro non è un pittore minore, comodo rifugio cui destinare esiliati dalle prestigiose stanze dove abitano i gentiluomini di Tiziano e del Moroni, dopo essere passati per gli ambienti delle cucine come Leandro Bassano. Apollodoro è il Pessoa della ritrattistica del Cinquecento nel nord Italia: nasconde la sua identità sotto altri nomi. E ciò appare tanto più strano perché la sua cifra è distinta e molto ben riconoscibile. Una grande e intensa dignità interiore trasferita ai suoi modelli ai quali Apollodoro conferisce prima di tutto il proprio rispetto, garantendone la fedeltà fisiognomica, senza mai ardire a un giudizio morale, come è sempre in Tiziano, o a una interpretazione irrispettosa o impietosa, che traspare dalla postura o dalla obliquità dello sguardo o dalla accentuazione dei difetti. Apollodoro non sottolinea i limiti fisici, e non indaga le perfidie interiori o le debolezze psicologiche come è del Lotto e del Moroni. Ed è forse questa ricercata dignità che, dopo una iniziale assimilazione ai grandi modelli, subito lo distacca per una diversa disposizione che non lusinga ma non tradisce la coscienza di sé dei ritrattati. È il caso anche dell'altro ritratto della quadreria di Villa Margone a Trento, con le perfette caratteristiche fin qui note, documentate, o attribuite ad Apollodoro. Onesto nel rapporto con il committente, Apollodoro garantiva una resa «somigliantissima», di vitrea, minuzia evidenza, tanto da essere ricordato nell'Abecedario pittorico (di Pellegrino Orlandi, del 1753) «uomo molto stimato in Padova nel compire perfettamente i ritratti». Considerazione che con il tempo si è perduta, e che oggi è arrivato il momento di rinnovellare.