L'incertezza della pena

La vicenda della quale Cristoforo Piancone è stato protagonista propone alcuni inquietanti interrogativi: sulla possibile sopravvivenza di nuclei brigatisti e sulle indulgenze che la legge - e gli uomini cui spetta il compito d’applicarla - riservano a individui già condannati alla massima pena, l’ergastolo, per crimini della massima ferocia. La pericolosità di questi soggetti non ha bisogno di dimostrazioni. Ma il buonismo di determinate norme e di determinati magistrati attribuisce anche a chi uccise spietatamente per fanatismo politico la capacità e la volontà della redenzione. La pena, ci viene spiegato, deve essere rieducativa e non afflittiva, e questo vale per tutti, pluriassassini inclusi.
Si può anche aderire a questa tesi ma - se non si è rinnegato il buonsenso - a una condizione: che il detenuto - nel caso specifico l’ergastolano - dia segno di essere ormai un’altra persona. Per un terrorista come Piancone l’indice più sicuro della decisione di cambiar vita è il pentimento. Piancone non si è pentito e non si è nemmeno dissociato dalla P38, anche se ha definito la sua militanza «storicamente chiusa». Non basta. Piancone ha anche adesso, dopo l’arresto per la rapina di Siena - per fortuna la pistola gli si è inceppata durante il colpo - il contegno classico degli «irriducibili». Non ha rivelato la sua identità, non ha fatto il nome del suo complice, non ha nominato un avvocato di fiducia. Nelle idee e negli atti di quest’uomo sedimentano, incancellabili, i deliri e le pulsioni che hanno contrassegnato tanti cattivi compagni traviati da tanti cattivi maestri. Non credo che si possa parlare di crudeltà e d’insensibilità se i galantuomini italiani avvertono un senso profondo di preoccupazione, e di repulsione, di fronte a una giustizia che troppo spesso non riesce a punire i delinquenti, e quando ci riesce viene colta dalla voglia matta di rimetterli in circolazione.
Si obbietterà che Piancone è stato ammesso al regime di semilibertà dopo aver scontato 25 anni di reclusione. Ma la questione non sta nella lunghezza della carcerazione: sta negli accertamenti che dovrebbero valutare, al di là di ogni ragionevole dubbio, se l’omicida che non chiede scusa debba avere il permesso d’uscire dal carcere per lavorare, di avvicinarsi alla città dove vive l’anziana madre, d’essere trattato da figliol prodigo, e non da nemico pubblico. Ho la convinzione che l’umanizzazione del sistema carcerario sia una finalità sacrosanta, ma che la sostanziale cancellazione o attenuazione della pena sia nefasta.
Il ministro dell’Interno Amato ha sentenziato che i giudici «devono essere consapevoli di esercitare una responsabilità enorme». È la scoperta dell’ovvio. Lo sapevamo anche noi. Ma hanno, quei giudici, la mentalità, la preparazione, l’esperienza necessarie per essere davvero responsabili in prima persona, e per non doversi trincerare dietro gli automatismi delle norme e, in definitiva, dietro il «così fan tutti»?
Il «caso» Piancone mette in luce una situazione insostenibile: va in carcere qualche omicida, qualche rapinatore, parecchi extracomunitari, ma con semilibertà e permessi, per poco tempo. Piancone è un caso limite. Degli altri non ci si cura nemmeno.