Lindbergh, scatti tra visioni e invasioni

Nella sua arte nudi anticonvenzionali ma anche misteriosi raggi extraterrestri

Barbara Silbe

Non sono i soldi. Non è per questo che Peter Lindbergh ha scelto la fotografia di moda. Lo capisci appena il tuo sguardo incrocia il suo: acuto, cordiale, sereno. Ne hai la conferma in ogni suo gesto, in quello che dice e in come lo fa. Sei al cospetto di un gigante, e invece di sentirti una lillipuziana ti sembra di giocare una partita ad armi pari. Sei all’inaugurazione della sua mostra (allo Spazio Forma da oggi fino al 26 marzo), e avverti che è come se lui cercasse di creare l’atmosfera giusta, come se volesse far sentire gli altri a suo agio nel salotto di casa. Farà così, di certo, quando realizza un servizio per Vogue o Harper’s Bazar: contatta una modella, allestisce la scena come se fosse il mondo reale, e ribalta aspettative e punti di vista facendola muovere lì dentro fino a umanizzarla, aiutandola a scendere dal piedistallo.
Il «fashion system» fa guadagnare denaro a palate anche a chi si muove dietro le quinte. Eppure continui a pensare che non sia questa la ragione, e che non sia nemmeno il bisogno di notorietà (demone che spinge molti artisti a intraprendere una particolare carriera), ad aver indirizzato il sessantenne autore tedesco verso questo mondo. Lui sorride e si compiace. Lui, uno dei più corteggiati maestri del genere, i suoi scatti indissolubilmente legati alla magia del Calendario Pirelli, incrocia le braccia, ti chiama per nome e ti guarda dritto negli occhi, poi dice: «Le mie foto sono diverse, forse perché prima di tutto mi concentro sulla donna, poi viene la composizione dell’immagine, e infine la moda stessa». Ti pare allora di aver capito. Ti circondano le sue opere, bianchi e nero e colore mescolati, appese ai muri candidi di questo nuovo centro milanese dedicato alla più giovane delle arti visive. Una delle due sezioni dell’antologica è dedicata a un suo progetto singolare dal titolo «Invasions»: sembrano tanti fermo-immagine cinematografici che raccontano un’invasione di extraterrestri sulla terra. Scene minacciose, senso di soffocamento che pervade chi osserva, per un Lindbergh insolito e affascinante. «In realtà – prosegue – l’idea nasce da un fatto piuttosto banale: ero dal dentista, a Parigi, e mentre aspettavo il mio turno sfogliavo una rivista dove erano pubblicate alcune interviste a delle persone che pensavano di aver visto un Ufo. Ho semplicemente preso spunto dalle loro testimonianze surreali e un po’ naïves». Nell’altra sala volti di ragazze perfette, belle da commuovere, normali da stupire anche un sasso. Milla Jovovich, Amber Valletta, Nadia Auermann, Veruschka, Kristen McMenamy davanti al suo obiettivo sembrano quasi come noi. Ombretto che cola, una ruga che emerge, il ciuffo spettinato, gesti sghembi, sudore e lacrime sui giovani volti. Questo conta, allora? Le donne, ognuna con una sua peculiarità, soggetti-oggetti di desiderio che non nascondono drammi e fragilità. «La fotografia – confessa Lindbergh – è solo un mezzo per entrare in comunicazione con gli altri. È niente più che un mestiere». E la moda, maestro? «Vede – conclude l’artista – la fotografia è per sua natura restrizione. É un ambito vincolato da molte regole, quelle artistiche e quelle imposte dagli editori. La moda non è stata la mia prima scelta, in fondo. Ma quando mi ci sono trovato dentro ho capito che soltanto lì potevo avere tutta la libertà che volevo».
«Peter Lindbergh. Visioni», Spazio Forma, piazza Tito Lucrezio Caro 1. Orario: 11-21; giovedì 11-23; chiuso lunedì. Per informazioni: 02-58118067; www.formafoto.it.