Linea comune di Fini e Casini: «Questo governo deve cadere»

da Roma

Il menù è stato lo scenario che potrebbe aprirsi in caso di caduta del governo Prodi. Nella colazione che Pier Ferdinando Casini, accompagnato da Lorenzo Cesa, ha avuto ieri con Gianfranco Fini in un ristorante dei Parioli è stata così ritrovata la sintonia. «Mai completamente persa», chiosa il leader di An.
Chi li ha visti, al termine della «cordiale» colazione, li descrive soddisfatti dopo aver compiuto un’analisi della situazione politica, all’indomani del voto delle amministrative, sulla quale evidentemente i tre leader si sono trovati d’accordo. La situazione si sta facendo insostenibile, sarebbe stato il loro ragionamento, e uno scenario del dopo-Prodi potrebbe concretizzarsi presto, soprattutto se a Genova l’Unione dovesse perdere il governo della città («a quel punto sarebbe un cappotto»). La maggioranza, alle prese con appuntamenti delicati in Parlamento, potrebbe vivere ore difficili, il primo banco di prova è costituito dal «caso Visco» sul quale il centrosinistra appare sempre più diviso.
Il governo potrebbe quindi cadere in Parlamento, sarebbe stata l’analisi dei leader di An e Udc. Perché, come Fini ha detto mercoledì scorso a Silvio Berlusconi, se fosse possibile mandare a casa l’esecutivo con una manifestazione di piazza «ne faremmo dieci».
È dunque nelle aule parlamentari che si deve attendere al varco la maggioranza in crisi numerica alle prese con un «regolamento di conti interno», e il successivo sbocco potrebbe essere un governo istituzionale che consenta di fare le riforme, a partire da quella della legge elettorale.
Realisticamente infatti, secondo i leader di An e Udc, appare difficile la possibilità di tornare alle urne in anticipo, anche se Berlusconi e Fini potrebbero chiederlo salendo al Quirinale. Ma la strada che si potrebbe imboccare sarebbe quella di un governo di larghe intese, tecnico o istituzionale, che consentisse al Paese di ripartire con le riforme necessarie.
Prima di tutte quella elettorale, secondo i centristi. Ed è su questo punto che le strade di An e Udc potrebbero tornare a dividersi, con Fini che ribadisce il sostegno al referendum sulla legge elettorale e i centristi che invece spingono da sempre per una riforma alla tedesca, non credendo più in questo «bipolarismo oramai malato».
Proprio per questo due giorni fa Casini è tornato ad appellarsi ai moderati della maggioranza con l’obiettivo di «aprire una fase nuova» in Parlamento, e c’è chi riferisce di un colloquio telefonico che in questi giorni l’ex presidente della Camera avrebbe avuto con il capo dello Stato, con il quale stasera Casini si è intrattenuto a colloquio per circa 40 minuti nel suo studio, nell’altana di Montecitorio con una vista mozzafiato sulla città, con le due finestre che guardano da una parte al Palazzo del Quirinale e dall’altra alla Basilica di San Pietro. «Abbiamo parlato della Fondazione della Camera e dei prossimi appuntamenti», ha detto l’ex presidente della Camera interpellato dai cronisti dopo aver accompagnato Napolitano fin sulla soglia di Montecitorio. E con Fini? chiedono i giornalisti. «Non abbiamo parlato della Fondazione...», è la risposta sibillina del leader dell’Udc.
Di certo si è discusso anche delle prospettive future del centrodestra, con Fini che non pare affatto soddisfatto delle ultime frenate del Cavaliere sulla federazione. Berlusconi, infatti, galvanizzato dal successo elettorale e propenso a non infastidire troppo la Lega con prospettive di partito unitario, pare voglia prendere tempo. A differenza del leader di An che, visto anche il calo di consensi alle amministrative, vorrebbe velocizzare il più possibile il processo. Soprattutto in vista del referendum elettorale che - da programma - dovrebbe essere votato a giugno.