Linea dura di Brown: esame d’inglese agli extracomunitari

Esclusi dal provvedimento i calciatori di serie A

Prima la decisione di mettere al bando i supercasinò e frenare la febbre del gioco d’azzardo che imperversa nel Paese. Poi l’intenzione di riclassificare la cannabis e mettere fine alla sostanziale depenalizzazione decisa dal precedente governo laburista. Ora i primi provvedimenti sull’immigrazione. Il premier inglese Gordon Brown punta a una riorganizzazione del sistema di ingressi di cittadini extracomunitari nel Regno Unito e - scrive il Telegraph - vira a destra, sottraendo agli avversari temi scottanti del dibattito politico.
Secondo anticipazioni fornite ieri dai giornali londinesi e confermate da autorevoli esponenti governativi, il primo ministro pronuncerà oggi al Congresso delle Trade Unions di Brighton un discorso in cui annuncerà di voler introdurre la conoscenza della lingua inglese come requisito per l’accesso di extracomunitari al mercato del lavoro britannico. La misura era già entrata in vigore lo scorso dicembre per i lavoratori «altamente specializzati», ma ora riguarderà anche quelli «specializzati» e potrebbe essere estesa anche alla terza categoria, quella degi «scarsamente specializzati», a cui non è concesso stabilirsi in via permanente nel Paese. In base alle prime stime, un esercito di ben 35mila immigrati qualificati all’anno (sono stati 95mila in tutto nel 2006) rischia di essere tagliato fuori. Lo confermano fonti governative, secondo cui tanti sarebbero gli immigrati non in grado di passare il test linguistico. La prova dovrebbe infatti dimostrare la loro piena conoscenza dell’inglese scritto e parlato e un livello di comprensione della lingua pari a quello di un diplomato britannico. Potrebbe essere evitata solo con la dimostrazione di aver sostenuto un test d’inglese avanzato riconosciuto a livello internazionale o con la prova di essere in possesso di un diploma di laurea che prevede lezioni in lingua inglese. Previste solo pochissime eccezioni, fra le quali rientrano i calciatori ingaggiati dai club di serie A.
«È necessario che coloro a cui diamo il benvenuto nel Regno Unito per lavorare e stabilirsi qui capiscano le nostre tradizioni e siano parte della nostra cultura nazionale condivisa», ha detto il ministro degli Interni Jacqui Smith.

I TORY ALL’ATTACCO
Già da qualche settimana la questione immigrazione scalda il dibattito politico nel Regno Unito. Accusato da un’ala del partito di snaturare la tradizionale politica dei Tory, il leader conservatore David Cameron è tornato proprio di recente a cavalcare la questione. Ieri la reazione del partito al previsto annuncio del governo: l’introduzione di questa misura inciderà solo in maniera marginale sui livelli di immigrazione.
L’opposizione, in verità, ha già pronto un piano, un mini-manifesto presentato dallo stesso Cameron in cui l’alto numero di ingressi nel Regno Unito è considerato la causa di molti dei mali della società britannica. «Il flusso di immigrati - ha detto il leader dei Conservatori - ha messo sotto pressione i servizi pubblici, dalle scuole agli ospedali alle abitazioni». Così se il Paese sceglierà i Tory alle prossime elezioni (la cui data è ancora incerta, formalmente prevista solo nel 2009, ma Brown potrebbe sciogliere tra qualche settimana il nodo di elezioni anticipate), il nuovo governo conservatore prevederà periodi di «transizione» prima che i cittadini di futuri Paesi dell’Unione Europea possano vivere e lavorare nel Regno Unito e stabilirà un tetto massimo di ingressi, calcolando la necessità reale di professionalità e figure specializzate.
Cameron, che pure ha attribuito all’immigrazione molte delle conseguenze negative sulla qualità della vita degli inglesi, ha precisato di non voler attuare una politica discriminatoria, specie nei confronti dei Paesi da poco entrati nell’Unione (vedi la Polonia che conta il più alto tasso di emigrati verso la Gran Bretagna).

INGLESI IN FUGA
L’analisi del leader conservatore sembra trovare conferma nell’ondata di emigrazione che sta attraversando il Regno Unito. Emigrazione, sì. Perché per la prima volta dal 1991 - da quando esistono dati ufficiali dell’Istituto nazionale di Statistica sul tasso di emigranti che lasciano il Regno Unito - l’Inghilterra scopre che tra il 2005 e il 2006 un numero record di inglesi ha lasciato il proprio Paese: su 385mila emigrati, ben 250mila sono britannici. «Il clima è una delle ragioni principali che spinge i nostri concittadini a partire - ha spiegato al Times Richard Gregan, direttore organizzativo dell’Istituto per il rilascio dei visti per l’emigrazione - e quest’estate abbiamo avuto più richieste che negli ultimi cinque anni. Le condizioni climatiche sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Ma le ragioni sono svariate: un sistema sanitario sull’orlo del tracollo, un tasso di criminalità preoccupante, servizi pubblici sovraccarichi a causa del fonomeno opposto, cioè dell’alto numero di immigrati che ancora sceglie il Regno Unito come meta di lavoro.