Linea dura di Bush: «Spiamo per difendere gli Usa dal terrore»

Il «New York Times» parla di intercettazioni. Il presidente: «Abbiamo dovuto farlo e lo faremo finché l’America sarà in pericolo»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Due appelli televisivi alla nazione in ventotto ore, entrambi in diretta dalla Sala ovale della Casa Bianca. Quello di stasera sarà sull’Irak e il suo tono sarà presumibilmente positivo e soddisfatto, sulla base di quanto appare dai primi dati l’esito delle elezioni per il Parlamento di Bagdad. Quello di ieri è stato un segnale di «carica» sul fronte interno. Un attacco frontale ai critici, soprattutto ma non soltanto democratici, mentre sul Congresso di Washington incombe una scadenza per molti versi critica: quella del Patriot Act, la legge eccezionale di difesa contro il terrorismo che rimarrà in vigore fino alla mezzanotte del 31 dicembre e che dovrà essere prolungata o sostituita da un nuovo testo, che Bush desidera permanente e che una parte dell’opposizione vuole modificare, annacquare perché lo considera lesivo di alcune garanzie costituzionali. Il dibattito è ulteriormente infiammato dalla coincidenza con delle «rivelazioni» circa intercettazioni telefoniche illegali.
Il presidente desidera con tutte le sue forze abbreviare questi dibattiti per potersi concentrare, e orientare l’attenzione dell’opinione pubblica, sugli aspetti positivi e sulle ripercussioni mondiali della sua «guerra al terrore» e sui progressi nonostante tutto compiuti in Irak. La precedenza assoluta va al Patriot Act, dopo che in Senato è fallita la prima fase della strategia presidenziale per «decapitare» il temuto ostruzionismo. La Camera Alta ha infatti rifiutato di far cadere la cosiddetta «scure» sulla discussione in modo da abbreviare i tempi. Per azionare questo meccanismo occorre il sì di 60 senatori su 100. Ma i sostenitori di Bush, alla prima «conta» hanno scoperto di essere soltanto 52, la maggioranza ma otto meno del numero richiesto. L’opposizione è guidata dal senatore democratico Russ Feingold, che fu anche l’unico nel 2001 a votare contro la prima versione delle leggi eccezionali anti terrorismo, che trovarono il consenso degli altri 99 senatori. A lui si sono uniti, ed è questa la sorpresa, alcuni repubblicani.
L’opposizione non è frontale e mira solo alla modifica di alcuni dei sedici paragrafi del Patriot Act, ma Bush ha scelto il muro contro muro, puntando sulla misura il suo prestigio, anche per ristabilire una linea di intransigente fermezza che egli è stato costretto a dar l’impressione di intaccare rinunciando l’altro giorno ad apporre il veto più volte minacciato a una legge approvata dalle due Camere e proposta da un altro senatore repubblicano, l’eroe di guerra John McCain, che mette al bando senza eccezioni la pratica delle torture.
La controversia più recente riguarda invece le intercettazioni telefoniche che sono state ordinate dall’Agenzia per la sicurezza nazionale nel 2002 alla ricerca di possibili connessioni con Al Qaida con un decreto che i critici definiscono anticostituzionale. La sua esistenza è stata resa nota dal New York Times e Bush ha attaccato direttamente ieri sera il quotidiano accusandolo di aver a sua volta compiuto un gesto, «illegale e pericoloso per la sicurezza della nazione». «Ho autorizzato personalmente l’Agenzia per la sicurezza nazionale nelle settimane successive all’assalto dei terroristi contro il nostro Paese, per un’azione di prevenzione interamente compatibile con le nostre leggi e strumento vitale per difendere gli Stati Uniti. Questo è il mio primo dovere come presidente e io intendo assolverlo fino in fondo».
Le rivelazioni del New York Times hanno causato polemiche per la scelta del momento della pubblicazione: il giorno in cui il Senato era chiamato a esprimersi sul Patriot Act e quanto reso noto dal giornale ha influenzato il voto contrario. Secondo alcuni commentatori, era proprio questo l’obiettivo cui il quotidiano puntava. Il New York Times si ritrova così al centro di critiche dopo il caso del Cia-gate in cui era rimasta coinvolta una sua giornalista, Judith Miller.
L’ultimo sondaggio dice che Bush è «l’uomo più capace di prendere decisioni giuste anche se impopolari». Ma comparato con i suoi predecessori egli risulta il meno popolare. Il primato è condiviso da due democratici, Kennedy e Clinton, e da un repubblicano, Ronald Reagan.