Linea dura di Bush

Washington, secondo round. Si prevede saranno molti. George Bush e il Congresso continueranno ad affrontarsi, presumibilmente, per mesi. Il secondo episodio ha ricalcato fedelmente il primo: un voto parlamentare di strettissima misura contro il presidente, l’immediata replica di quest’ultimo: «disappunto» e condanna di quello che la Casa Bianca definisce «un mandato per la sconfitta». Occasione questa volta il Senato, che ha approvato con 50 voti contro 48 una risoluzione presentata dai leader del Partito democratico che lega l’approvazione di ulteriori fondi per le forze armate all’impegno del presidente a iniziare il ritiro delle truppe americane dall’Irak entro il marzo 2008. Un testo parallelo a quello varato pochi giorni fa dalla Camera dei Rappresentanti, anche se non identico: quello dei deputati è più drastico in quanto fissa non la data dell’inizio, ma quella della conclusione dell’impegno militare: tutti a casa entro il settembre 2008. Molto simile anche la replica di Bush, che ha ribadito la propria decisione di bloccare con il veto qualsiasi legge sul rifinanziamento delle operazioni militari che contenga indicazioni su scadenze per l’impegno degli Usa.
Una formulazione che contribuisce a chiarire i termini formali del braccio di ferro appena iniziato. I democratici vogliono fermare l’afflusso di rinforzi in Irak, ma sanno che il Congresso non ha il potere di annullare un’iniziativa riservata all’esecutivo. Essi si sono dunque limitati finora a mettere agli atti la propria opposizione alla politica di Bush a Bagdad, del resto condivisa da una crescente maggioranza del pubblico americano. Anche una misura che stringa i cordoni della borsa verrebbe nullificata dal veto presidenziale, poiché per sormontarlo occorrerebbe una maggioranza parlamentare di almeno i due terzi, che almeno per ora non è raggiungibile. Resta dunque, almeno nell’immediato, la strategia degli emendamenti, un «classico» della procedura parlamentare americana, che consiste nel legare i provvedimenti via via necessari per il finanziamento della guerra a condizioni e «leggine» che finirebbero con l’alterarne la conduzione politica. Per esempio è sottoposto a questo logorante scrutinio lo stanziamento di 124 miliardi di dollari per i conflitti in Irak e in Afghanistan. Se dovessero prevalere - il che è improbabile - i fautori della «linea dura», i malumori per la guerra largamente contestata in Irak verrebbero a ripercuotersi automaticamente anche sull’Afghanistan, sul quale invece esiste tuttora, dopo sei anni di operazioni militari, una sostanziale unanimità nel mondo politico americano. Anche a questo si è richiamato finora Bush nella sua opposizione senza concessioni. È in atto dunque nel Congresso Usa una strategia di logoramento da ambo le parti, con i progressi e le ritirate legati a spostamenti di voti minimi in alcuni settori chiave dello schieramento parlamentare. L’ultimo voto in Senato riflette per i democratici un successo e una sconfitta. Cinquanta voti contro 48 significa che la forza di opposizione è compatta (dispone di 51 seggi, ma uno dei senatori è gravemente malato), ma non è riuscita a «pescare» nessun voto fra i repubblicani scontenti. Che sono critici nei confronti di Bush, ma non fino al punto di mettere in pericolo la sicurezza delle forze armate. E per far passare questi emendamenti di voti in Senato ce ne vogliono 60. Alla Camera poi il voto 218 a 212 indica che le defezioni ci sono state finora da parte democratica, con 14 deputati, prevalentemente conservatori, che si sono schierati con la Casa Bianca.
Alberto Pasolini Zanelli