La linea dura che crea l’integrazione

RICONOSCIMENTO Caritas e sindacati: «Treviso è in Italia la città dove gli stranieri vivono meglio»

Sfogliate gli archivi della Caritas, ma anche quelli della Cgil. Interrogate gli imprenditori e i maestri di scuola. Passate con disinvoltura dal diavolo all'acqua santa, in questa terra contraddittoria, ma per quanto vi sforzerete, non riuscirete a trovare un mezzo dato che smentisca una delle più celebri frasi e sorprendenti frasi pronunciate nei più recenti tre lustri dal «pistolero» Gentilini: «Gli immigrati che stanno a Treviso si trovano benissimo. Dicono che qui siamo razzisti ma in realtà lo sanno tutti che qui l’integrazione è un fatto, non una parola. Hanno imparato una cosa, fin da subito: chi sgarra, paga. È bene che i buonisti lo sappiano».
Vero che più vero non si può. Perché è «un trovarsi benissimo» certificato e ratificato dal Censis e dal Cnel che hanno consegnato a Treviso e alla Marca Trevigiana, il primato della migliore integrazione degli immigrati in Italia. Un popolo, ma non un popolo a parte, dunque, gli immigrati da questi parti, qualcosa come 77.989 di 142 diversi Paesi del mondo, secondo i dati ufficiali, oltre il 9 per cento di tutta la popolazione residente. Ben più di 100 mila, se si sommano i 31.536 clandestini quasi tutti titolari di un lavoro, che hanno chiesto la regolarizzazione con il decreto-flussi. Un trend in crescita oltre il cento per cento in Comuni come Oderzo e Mogliano Veneto. Immigrati che lavorano, guadagnano, pagano le tasse, hanno casa, famiglia, conto in banca e mutuo, sono assistiti dall’Asl, e che i loro figli vogliono farli crescere nella sicurezza.
Per questo motivo e non solo per questo, la Prefettura di Treviso ha aperto uno sportello immigrati, e la Questura, dati i tempi di crisi, ha deciso di prolungare di sei mesi la scadenza dei permessi di soggiorno a chi, tra gli immigrati, ha perso il lavoro. Integrazione da primato che fa rima anche con formazione. Come quella nata su iniziativa del «Coordinamento Fratelli d’Italia», che, nonostante qualcuno insista perché gli immigrati si mettano a parlare dialetto veneto, ha organizzato e organizza corsi di lingua italiana per donne straniere, intitolati «Una lavagna tra le donne immigrate» con tanto di attestati e borse di studio. Tra le materie: cultura italiana ed educazione alla salute. E poco importa se ancora lui il Grande Sceriffo, cose di un tempo, si sveglia una mattina e decide di segare le panchine vicino alla stazione ferroviaria, divenute «bivacco» di extracomunitari perché poi, visto che la legge è uguale per tutti, qui, la fiamma ossidrica di Gentilini entra in azione anche su quattro panche della centralissima piazzetta Pola per far sloggiare le compagnie di giovanissimi rampolli locali di buona famiglia, che la monopolizzano tra bevute e bestemmie.
Adesso ci sono i respingimenti porta a porta? Il risultato non cambia di una virgola perché quando c’è in ballo il lavoro e la sopravvivenza, a Treviso si riesce sempre e comunque a spiazzare il resto d'Italia. Con il supporto, è storia recente, persino del segretario provinciale della Cgil , Paolino Barbiero: «Noi chiediamo che non si facciano entrare altri lavoratori stranieri, la crisi economica nel Nordest colpisce già in profondità e ha costretto molte piccole aziende a mettere in mobilità parte dei dipendenti. Gli stranieri rimasti senza impiego rischiano l’espulsione, dunque è inutile farne arrivare altri. Prima devono tornare al lavoro quelli che vivono da anni in Italia, hanno famiglia, figli, la casa, un mutuo». C’è chi tenta di correre ai ripari come il Comune di Spregiano, che ha offerto un bonus di duemila euro agli immigrati rimasti senza lavoro disposti a lasciare il paese perché non è possibile «che il Comune si trovi costretto a mantenere a proprie spese gli immigrati che, pur avendo perso il posto di lavoro, continuano ad avere il permesso di soggiorno valido». Ma poi dopo ogni tempesta torna il sereno. E a Treviso, «vascheggiando» lungo Ponte San Martino, alla sera, ci si ritrova tutti insieme. Come sempre. E la colonna sonora dell’aperitivo è uno strano mix di almeno quindici idiomi differenti.