Linea dura dei colonnelli azzurri: «Su Kabul niente sconti in Senato»

Fiuggi - Lo stato maggiore di Forza Italia si riunisce a Fiuggi per discutere di riforme istituzionali, efficienza dello Stato e federalismo. Ma mentre gli oratori, tra sessioni di studio e interventi tecnici e politici, si susseguono sul palco, l’attenzione continua inevitabilmente a spostarsi verso il focus politico del momento, ovvero verso la calda giornata di martedì e la prova di sopravvivenza che il governo affronterà sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.
I messaggi che partono dalla cittadina termale laziale hanno destinatari diversi. Sono diretti all’Unione, ma anche e soprattutto all’alleato ribelle, a quell’Udc che gli azzurri sospettano non essere davvero intenzionato a consegnare un’intimazione di sfratto al governo Prodi.
Un duro monito arriva, ad esempio, da Giuseppe Pisanu. «Al Senato non concederemo nulla a questo governo che mette a repentaglio i nostri storici legami con la Nato e gli Stati Uniti», avverte l’ex ministro. «Se ci sono alleati che vogliono accordare la fiducia a questo governo lo facciano e se ne assumano la responsabilità. Se noi non avremo le necessarie garanzie per la sicurezza dei nostri soldati certamente voteremo no».
È proprio sulle garanzie da concedere ai nostri militari e ai mezzi da accordare al nostro contingente che si concentra il pensiero dei massimi dirigenti azzurri. Un aspetto decisivo su cui, secondo il coordinatore Sandro Bondi, bisogna riflettere con grande attenzione. «Agli amici dell’Udc - dice Bondi - abbiamo rivolto e rivolgiamo semplicemente un invito a una riflessione comune, fondata non su interessi di parte o su motivazioni legate alla contingenza politica ma alla realtà che è di fronte agli occhi di tutti e alla necessità di essere coerenti rispetto ai nostri principi, alla storia dei popolari europei e italiani e alla politica estera, atlantica ed europea che insieme abbiamo condotto negli ultimi cinque anni».
Se Bondi invita alla ricucitura con i centristi, Fabrizio Cicchitto parte duro all’attacco del governo, riprendendo il tema dello strappo con gli alleati angloamericani. «Ritengo che martedì vada dato un altolà alla politica estera di questo governo e che si debba mandare a casa prima possibile l’esecutivo» sostiene il vicecoordinatore.
«Sulla politica estera - aggiunge Cicchitto – c’è ormai una totale discontinuità. È un governo in rottura con Israele, Usa e l’Inghilterra, che sta perdendo il filo della lotta al terrorismo islamico come dimostra l’aberrante proposta di Fassino di fare una conferenza di pace con i talebani».
A chiudere il cerchio ci pensa Claudio Scajola. Il presidente del Copaco imbraccia le armi verbali pesanti. E accende i riflettori sulle contraddizioni della nostra politica estera. «Verso questo governo abbiamo il dovere del rigore, pur senza venire meno al senso di responsabilità. Fino ad oggi abbiamo garantito il nostro sì, proprio perché siamo persone serie, perché non usiamo la politica estera ai fini interni, perché non facciamo tattiche sulla pelle dei nostri soldati. Ma oggi una riflessione si impone. Le cose in Afghanistan stanno cambiando. C’è una guerra contro dei terroristi, non contro un esercito regolare. Con questi assassini che oggi si vantano della nostra sconfitta il governo italiano tratta e vuole invitarli a sedere al tavolo delle conferenze internazionali. Il governo vuole che i nostri soldati stiano in mezzo a una guerra, senza combattere, e senza neppure avere gli strumenti per difendersi. Se l’Italia è il solo Paese che tratta con i terroristi questo rende tutti gli italiani ostaggi ideali. A questo punto mi domando: è ancora un atto di responsabilità verso il Paese lasciarli continuare? O è giunto il momento di staccare la spina? È più dignitoso rimanere in Afghanistan in questo modo, a far finta di regolare il traffico o andarsene? La risposta è difficile. Ma credo che un’opposizione responsabile, tutta l’opposizione, si debba porre questo problema con grande serietà, senza dare nulla per scontato».