Linea dura dell’Unione Europea: sanzioni per il regime birmano

La polizia della giunta comunista cerca d’impossessarsi dei pc dei funzionari locali dell’Onu per carpire i nomi degli oppositori

da Kler Lawseh (Est Birmania)

È una caccia lenta, ma minuziosa. Un inseguimento insolente ed irrispettoso capace - dopo aver violato pagode e santuari - di bussare alle porte delle più intoccabili istituzioni internazionali. E così venerdì i militari e i servizi segreti birmani - alla ricerca dei dissidenti e di chi ha appoggiato la loro lotta - sono arrivati agli uffici dell'Onu. Pretendevano di sequestrare i dischi rigidi dei computer, speravano di metter le mani su nuove liste di dissidenti, d'individuare i funzionari locali responsabili dell'invio all’estero di foto e filmati delle dimostrazioni. A raccontarlo sono stati alcuni anonimi funzionari dell'Onu indignati per quell'improvvisata ed estemporanea intrusione. «Anche quest'ennesima mossa fa parte della sistematica e spietata risposta alla protesta: prima si sono concentrati su chi ha partecipato direttamente alle dimostrazioni individuandolo attraverso i filmati; poi hanno arrestato i proprietari di telecamere e macchine fotografiche colpevoli di aver ripreso le proteste. Ora vogliono individuare i mezzi usati per trasmettere la documentazione e i responsabili dell'invio».
La giunta militare vorrebbe insomma chiudere il cerchio, sigillare il Paese sotto un'impenetrabile cortina di piombo e avere mano libera in caso di nuove manifestazioni. Il gioco per ora non sembra riuscire. Seppur sorpresi dall'irruzione, i funzionari Onu, quasi tutti ospitati al Traders Hotel di Rangoon, non si sono lasciati intimidire e hanno preteso una richiesta scritta indirizzata a Charles Petrie, coordinatore dell'Onu a Rangoon. Una volta messa per iscritto la richiesta si è bruscamente ridimensionata. «Dal punto di vista formale ci hanno chiesto soltanto l'esibizione dei permessi relativi ai telefoni satellitari - ha spiegato Charles Petrie - e noi abbiamo risposto di voler provvedere attraverso i consueti canali diplomatici».
Il gioco al rimpiattino non ha risparmiato un fine settimana di paura ed agitazione ai funzionari del Palazzo di Vetro e ai loro collaboratori locali. Dopo essersi chiusi a chiave negli uffici gli uomini dell'Onu hanno messo mano ai file più delicati distruggendoli uno dopo l'altro. Un'operazione di cancellazione informatica seguita dalla distruzione fisica di tutti i documenti cartacei contenenti indicazioni sulla trasmissione di dati via internet o via satellite.
La mossa dell'apparato repressivo birmano rischia comunque di rivelarsi alquanto maldestra. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu sta infatti esaminando una bozza di risoluzione varata da Usa, Francia e Regno Unito in cui si condanna la «violenta repressione delle pacifiche dimostrazioni e l'uso della forza contro figure religiose ed istituzioni». La mozione, per quanto non vincolante e non collegata a sanzioni, rischia di aumentare la pressione sulla giunta militare birmana e incrinare la nicchia protettiva garantitale dai veti di Cina e Russia.
Sanzioni saranno varate dall’Unione Europea lunedì prossimo, 15 ottobre, a Lussemburgo. Annunciando le decisioni Ue, il ministro degli Esteri D’Alema ha aggiunto che saranno «misure efficaci». Nonostante le mosse avventate del suo apparato poliziesco, la giunta non rinuncia però ai tentativi di cosmesi diplomatica: il generale Than Shwe e i suoi sodali hanno nominato un «responsabile delle relazioni» con Aung San Suu Kyi, la Nobel paladina dell'opposizione detenuta agli arresti domiciliari per gran parte degli ultimi 18 anni.