La linea della maggioranza: niente processi a Bankitalia

Tabacci (Udc) isolato nella richiesta di dimissioni di Fazio. Grillo (Fi) punge Siniscalco: la credibilità si misura coi tassi d’interesse e le aste dei Bot

Francesco Kamel

da Roma

Per superare il polverone che investe la Banca d'Italia, il centrodestra non vuole processi sommari con tanto di sentenze già scritte per «liquidare» Antonio Fazio. Dopo la relazione del governatore, per la soluzione dell’affaire e il miglioramento della vigilanza bancaria la strada è quella dell’autoriforma di Palazzo Koch o un di un intervento del Parlamento. Comunque sia, dalla Casa delle libertà in pochissimi chiedono la fine immediata dell’«era Fazio».
Per Luigi Grillo di Forza Italia «nessuno ha avuto la capacità di criticare, nel merito, la sua relazione. Ciò dovrebbe costringere tutti a riflettere e ad impegnarsi nell'avvio di un dibattito serio e costruttivo». Neppure nell'Udc si vogliono soluzioni affrettate. Per il ministro Mario Baccini, la relazione di Fazio «è stata esauriente». Adesso è il momento «di discutere di mandato a termine con una riforma del Parlamento che è sovrano e che deve in qualche modo avere l'ultima parola». Per intervenire «la strada maestra è il disegno di legge sulla riforma del risparmio». Tra i pochi del centrodestra schierati contro il banchiere centrale c'è il deputato dell'Udc Bruno Tabacci: «Dalla strada fastidiosa delle intercettazioni è emerso che Fazio è stato arbitro e giocatore in una partita di potere. Perciò adesso deve andarsene e le regole della Banca d'Italia vanno cambiate».
Nella vicenda la Lega gioca una partita ben precisa: è impegnata nell'impedire interventi che possano fermare l'opa di Bpi su Antonveneta. La difesa di Fazio e dello status quo, oltre alla «freddezza» nei confronti di qualsiasi intervento di riforma, rientrano in una strategia per contrastare quanti vogliono «impedire lo sviluppo di una forte presenza finanziaria di stampo padano».
Alleanza nazionale invece non ha interessi diretti nel risiko finanziario e su Bankitalia. Via della Scrofa vuole una riforma complessiva e non soluzioni avventate. All'Avvenire, il vice ministro Adolfo Urso ha dichiarato che «sbaglia chi minimizza dicendo che non deve cambiare nulla, ma sbaglia ancor di più chi chiede il licenziamento di Antonio Fazio. Bisogna prima riscrivere le regole». Sul Secolo d'Italia, Gianni Alemanno giudica la relazione di Fazio «sufficiente per diradare i dubbi sulla correttezza personale dei vertici della Banca d’Italia. Ma il problema politico rimane». Ora «una riforma profonda e sostanziale non è più rinviabile». Per Alemanno «abbiamo bisogno di una Banca d’Italia che sia omologata alle altre autorità indipendenti in Italia e in Europa» che «perda l’autoreferenzialità», che abbia «un organo di vertice collegiale» e «devono essere la politica, il governo e il Parlamento ad assumersi la responsabilità di questa riforma, preferibilmente con un accordo con l'opposizione o, in subordine, ponendo la questione di fiducia su un significativo emendamento al disegno di legge per la tutela del risparmio».
Ma nel day after seguito alla relazione di Fazio, le nubi si sono addensate su un altro palazzo romano: quello di via XX settembre del ministero dell'Economia. Ieri Domenico Siniscalco non ha voluto commentare le vicende di Bankitalia. L'aver sostenuto che la credibilità dell'Italia è stata intaccata dal caso Fazio e che gli articoli della stampa internazionale ne sono la riprova ha esposto il ministro alle critiche della stessa maggioranza. Il «termometro giornalistico» di Siniscalco ha creato parecchi malumori. Per Grillo «la credibilità internazionale dell'Italia si misura sugli spread con i tassi di interesse, mai stati così bassi negli ultimi 25 anni, e dal successo delle aste dei titoli di Stato. Non credo che questi dati, che dovrebbero essere d'orgoglio per l'azione di governo, possano essere cancellati da pagine di pur autorevoli quotidiani stranieri che fanno da eco a quanto scritto il giorno precedente dai giornali italiani».
Sulla stessa linea Baccini: «La credibilità non si costruisce tramite la stampa o i giornali, o tramite la stampa estera, bisogna andare a guardare i fatti». Più duro Paolo Cirino Pomicino della Dc: «L'ineffabile Siniscalco, ha gettato l'allarme sulla caduta della credibilità internazionale dell'Italia senza rendersi conto che l'origine di quella caduta è legata essenzialmente alla sua presenza della guida all'economia italiana».