Linea morbida degli alleati ma l’Udc non fa retromarcia

Fabrizio de Feo

da Roma

Gli alleati scelgono la linea morbida. E mentre da Via Due Macelli, quartier generale dell’Udc, continuano a piovere raffiche di dichiarazioni che servono a rendere sempre più limpido e credibile lo «strappo» dalla Cdl e la nascita della «seconda opposizione» al governo Prodi, Forza Italia e Alleanza Nazionale - al contrario della Lega - evitano di far crepitare altro fuoco amico contro i centristi.
Il primo ad abbassare le armi e i toni è stato Gianfranco Fini, con un primo segnale indirizzato due giorni fa al leader dell’Udc. «Casini è un amico, ci ritroveremo insieme» assicura il presidente di Alleanza Nazionale. La carezza verbale, in realtà, è accompagnata da un messaggio in codice: l’auspicio che il referendum sulla legge elettorale venga celebrato. Un modo per ricordare agli alleati riottosi che, al di là delle schermaglie, potrebbe essere la consultazione popolare ad obbligare i partiti a semplificare lo scenario e a procedere a nuove aggregazioni. E, alla lunga, insistere nei distinguo e nelle navigazioni solitarie potrebbe rivelarsi un esercizio controproducente e inutile.
Veste i panni del pompiere anche Ignazio La Russa che rassicura tutti sulla permanenza dei centristi nel perimetro del centrodestra. «Nella coalizione l’Udc c’è. Non hanno mai messo in discussione di far parte del centrodestra, ma l’assetto della Cdl» sostiene il capogruppo di An alla Camera. La dimostrazione che i centristi sono ancora nella Cdl sta proprio nel fatto che «presentiamo insieme gli emendamenti alla Finanziaria, votiamo allo stesso modo, abbiamo il medesimo progetto e non ci troviamo in disaccordo su nessuno dei temi fondamentali. Non condividiamo, insomma, la drammatizzazione di questa fase o la messa in discussione dell’esistenza di una leadership che al momento è assolutamente corrispondente alla volontà popolare: quella di Silvio Berlusconi».
Un altro che cerca di far riflettere la dirigenza centrista è Giuseppe Pisanu. Lo fa lanciando un allarme sul «rischio velleitarismo». «Se alle posizioni attuali dell’Udc non si unirà nessun’altro della Cdl né, cosa ancor più improbabile, del centrosinistra, Casini rischia di incamminarsi verso la terra di nessuno o addirittura di smarrirsi per strada», dice l’ex ministro in una intervista al Messaggero. «La Cdl, comunque, nei sondaggi ottiene la maggioranza assoluta anche a prescindere dall’Udc». Sul futuro centrista si sofferma anche Sandro Bondi. «Credo sarebbe innaturale se l’Udc non partecipasse alla nascita e alla crescita del partito unitario. Lo riterrei un grave errore e un impoverimento per la vita politica del Paese e del centrodestra in particolare. Da parte nostra c’è la massima disponibilità al dialogo».
La tolda di comando di Via Due Macelli, invece, almeno per un giorno sceglie il silenzio. L’unico a prendere la parola è Luciano Ciocchetti che se la prende con i giornali impegnati a registrare i malumori interni al partito. «Cosa si fa pur di portare l’acqua al mulino delle proprie tesi? Si sguinzagliano giornalisti alla ricerca di qualche militante dell’Udc, almeno qualcuno, chiunque esso sia, basta che dica di non essere d’accordo con la linea politica dell’Udc» attacca il responsabile tesseramento Udc. «Quotidiani come Libero e il Giornale - continua Ciocchetti - che dovrebbero essere seri e autorevoli, in questi giorni cercano dissenzienti, spulciando tra sezioni di partito, consigli comunali, circoscrizionali pur di mistificare e sminuire l’iniziativa di una forza moderata alternativa alla sinistra. Questa ricerca col lanternino ha un doppio demerito: non fa onore né alla verità, né a chi crede di scriverla». I venti di tempesta nazionali, però, iniziano a produrre le prime ripercussioni a livello locale.
In Veneto, infatti, il segretario regionale della Lega, Giampaolo Gobbo, accende una polemica frontale con gli «alleati» centristi. E chiede le dimissioni degli assessori regionali e provinciali dell’Udc. «Se mancano i presupposti dell’alleanza ne traggano le conseguenze» dice Gobbo. «Oppure prendano una posizione in dissenso rispetto alla leadership nazionale». La risposta dei centristi è un «no» secco. Il motivo? Un conto sono le diatribe nazionali. Ma le alleanze regionali non sono in discussione.