La linea Pisanu: niente allarmi, vigilanza alta

Marianna Bartoccelli

da Roma

Non usa alcun tono allarmistico il ministro Beppe Pisanu. Anzi dopo gli incidenti di Bengasi ribadisce quanto detto nei giorni scorsi anche dai Servizi di sicurezza: «Esiste un rischio terrorismo come nei confronti di tutti gli altri Paesi. Ho detto ieri e ribadisco che non ci sono segnali precisi e concreti di minaccia terroristica islamica in occasione delle Olimpiadi di Torino e più in generale per il nostro Paese», ripete da Bologna. E annunciando, come d’accordo con il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che martedì andrà a riferire in Parlamento sui fatti di Bengasi, sottolinea innanzitutto di condividere la decisione delle dimissioni del ministro Calderoli: «Un gesto che merita rispetto, Calderoli ha commesso un gesto indiscutibilmente grave e se ne è assunto la responsabilità politica dimettendosi». E fa il confronto con quanto successe nella passata legislatura quando il governo del centrosinistra accolse «con ogni onore il terrorista Ocalan, compromettendo i rapporti con un Paese amico dell’alleanza atlantica come la Turchia e nessuno pensò a dimettersi».
Pisanu si dice certo che quanto è successo a Bengasi non avrà alcuna ripercussione nei rapporti con la Libia (mentre in Italia si dimetteva Calderoli, in Libia Gheddafi accettava le dimissioni del proprio ministro degli Interni) «e, più in generale, tra Italia e mondo islamico». Anzi, secondo quanto dichiarato ieri nel corso di una serie di incontri in provincia di Bologna, «il comune dolore per questa tragedia servirà a rafforzare i rapporti tra Italia e Libia e non ad indebolirli». Tra il leader libico Gheddafi e il ministro italiano è avvenuto anche un fitto scambio di informazioni, prima che le dimissioni di Calderoli venissero ufficializzate. Dimissioni che Gheddafi avrebbe accolto come un segno tangibile della buona volontà italiana e della sua affermata volontà di «insistere nel dialogo», ha precisato il ministro italiano.
In mattinata c’erano state anche alcune prese di posizione della Lega, apparse sulla Padania, contro Pisanu, considerato «grande sponsor del dialogo interreligioso e multiculturale» e accusato di non aver espresso alcun commento invece rispetto agli attacchi dell’Ucoi, Unione delle comunità islamiche d’Italia, al giornale della Lega che aveva ripreso le vignette su Maometto. Da alcuni giorni comunque la vigilanza davanti alle sedi della Lega è stata intensificata.
Ma rispetto alla possibilità di episodi di terrorismo islamico sul nostro territorio Pisanu esprime tranquillità: «Non vedo a questo momento alcun segnale di reazione sul territorio nazionale anche se teoricamente non si può escludere che qualche testa calda si attivi. Ma questo non avrebbe alcun carattere programmato». Il livello della vigilanza è alto? «È naturale».
Quello che preoccupa il ministro invece è «il tasso troppo elevato di tensione politica nel Paese». A questo proposito il ministro ha ricordato che dall'inizio di gennaio «ci sono stati 120 episodi di violenza politica diffusa che non sono un segnale allarmante ma un indice di preoccupazione sì. Si sa come si comincia e non si sa come si va a finire. Si comincia imbrattando un muro e si finisce con la P38».
Ed è a proposito di questi timori che il dipartimento di Pubblica Sicurezza ha inviato una circolare a prefetti e questori invitandoli a rafforzare misure di sicurezza su tutte le sedi istituzionali italiane, comprese quelle dei partiti politici. Ma non solo. Il dipartimento invita alla massima attenzione per le manifestazioni di carattere politico organizzate sul territorio nazionale considerate «a rischio» alla luce di quanto accaduto a Bengasi.
Secondo Pisanu «c'è un’operazione condotta da gruppi antagonisti che tentano di inserirsi in manifestazioni ed eventi, che tentano di dirottarli verso fini eversivi e che trovano sostegno in alcuni partiti». Un atto d’accusa preciso nei confronti di «Rifondazione comunista, per non parlare dei Verdi che quanto a estremismi stanno per sorpassare la stessa Rifondazione comunista».