La linea rossa della fuffa accademica

Per Eco, l’università è ridotta male causa "3+2". Secondo Fofi, il Dams
produce sottocultura conformista applaudita a sinistra. E un libro
spiega come Galimberti arrivò in cattedra con saggi "copia e incolla"

In questi giorni, alcuni intellettuali molto in vista sembrano preoccupati. Guardano l’accademia e vedono spuntare (sotto piani di studio, crediti e dispense) la sottile linea rossa della fuffa. O, se preferite, una generale crisi dell’istruzione universitaria. Non che il fenomeno non fosse da tempo sotto gli occhi di tutti ma la sincronia di certe uscite merita di essere sottolineata.
Umberto Eco scrive sull’ultimo numero della rivista Alfabeta, interamente dedicato all’università, un articolo in cui si scaglia contro la famigerata formula 3+2 in salsa italiana (cioè laurea triennale, seguita da altri due anni per conseguire la specializzazione, riforma voluta dal governo di centrosinistra nel 1999). Idea in origine buona, sostiene il professore, ma rovinata da un’applicazione dissennata. I crediti, il modo di quantificare il lavoro degli studenti, sono calcolati «in base alle ore passate a casa a studiare (una stupidaggine o una finzione) o al numero di pagine da portare all’esame» e non sono «legati al numero e al risultato degli esami». Ed ecco che «in base ai crediti a cui ha diritto per quel modulo, lo studente non deve studiare più di - diciamo - cento pagine, al punto da protestare se il docente gli dà un testo di centoventi pagine». In poche parole: lo studente è incoraggiato a leggere poco e in fretta e ad accumulare crediti a discapito della qualità dell’apprendimento. E ci sarebbe altro da aggiungere. Le cattedre si moltiplicano per accontentare docenti vecchi e giovani. I corsi monografici sono sempre più simili alle lezioni di un ottimo liceo. La ricerca e la didattica hanno preso strade diverse. In alcune facoltà, specie umanistiche, finiscono ai margini le materie un tempo considerate fiore all’occhiello degli atenei italiani proprio perché fortemente specialistiche: la filologia, la paleografia e così via. Col risultato che le facoltà straniere, inglesi e americane su tutte, offrono qualità superiore perfino negli studi classici (Luciano Canfora dixit). Così, prosegue Eco, oggi è possibile laurearsi in filosofia senza aver letto coi propri occhi Platone o Heidegger. Impensabile non solo ai suoi tempi ma almeno fino agli inizi degli anni Novanta.
L’università è imbottita di fuffa? Il Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, nato a Bologna nel 1970) di Umberto Eco non è da meno, secondo Goffredo Fofi. Il critico e scrittore, in un articolo sull’Unità di ieri, ricorda l’entusiasmo e l’energia di tanti insegnanti, fra cui spiccava proprio il semiologo (nonostante la definizione che ne diedero alcuni studenti «scrivendo sulle mura dell’università bolognese nel ’77: “Umberto Eco coiffeur pour Dams”»). Poi arriva la domanda cruciale: «Che tipo di cultura hanno diffuso e prodotto i Dams»? La risposta è un cazzotto nello stomaco: «Lo confesso - scrive Fofi - ho una forte idiosincrasia nei confronti dei laureati dai Dams, e occupandomi di cultura e spettacolo sono stato obbligato a conoscerne tanti». Che gente è? Secondo Fofi «al Festival di Venezia il pubblico dominante sono loro, e ridono quando c’è da piangere e viceversa, battono le mani quando c’è da fischiare e viceversa». Sono «schiavi delle mode», hanno gusti «barbarici» e non vanno «oltre la superficie del vistoso e del finto-nuovo». Insomma, «una sottocultura imbarazzante». I responsabili? A parere del critico sempre più incavolato: «Un ceto pedagogico che ha semplicemente sostituito alla pedanterie dei vecchi professori di estetica una involuta “artistica” allegria cresciuta su se stessa, figlia di quei teorici del Settanta che esaltavano il nuovo e si avvoltolavano fuori sincrono nelle proprie chiacchiere». Finale al napalm: «Un copiaticcio imbarazzante che riscosse il massimo successo sulle pagine dei giornali letti dagli intellettualini ahimé di sinistra». E «i guru di allora sembrano dei personaggi preistorici».
La fuffa è tanta ma non sembra preoccupato dalla situazione il professor Umberto Galimberti, nota firma di Repubblica. Dopo l’inchiesta di alcuni anni fa, condotta dal Giornale, emerse un fatto inquietante. Il docente, nei suoi scritti, aveva saccheggiato intere pagine di colleghi quali Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli. Si venne a sapere che addirittura i testi presentati come titoli per accedere all’insegnamento universitario non erano immuni dal vizietto di fare copia e incolla. La commissione non se ne accorse. Ne furono presi veri provvedimenti in seguito al colossale sputtanamento. Francesco Bucci, in giugno, aveva pubblicato sul sito dell’Indice dei libri del mese, un articolato saggio sul modus operandi di Galimberti. Come raccontammo su queste colonne, c’era proprio di tutto: I miti del nostro tempo, ultimo libro del «filosofo» risultava così composto: «al 75% riciclo di articoli di Repubblica e per un ulteriore 10% riciclo di altre opere di Galimberti». Insomma, oltre a prendere in prestito brani altrui, egli «fotocopia» anche se stesso. Bucci, racconta il Riformista di ieri, vorrebbe ora pubblicare in volume il risultato dei suoi studi ma non trova editore. Mentre Galimberti siede in cattedra, scrive su Repubblica (dopo un rapido passaggio al pit stop) e sforna «capolavori» premiati dalle vendite. È il trionfo della fuffa di origine accademica.
Per fare piazza pulita forse un mezzo ci sarebbe: abolire il valore legale del titolo di studio al fine di ricondurre l’università alla sua funzione, che non è quella di sfornare diplomi. Gli atenei si decongestionerebbero e la ricerca (forse) recupererebbe la centralità che le compete. Ma nel nostro Paese è possibile una riforma liberale in un settore politicizzato come questo? Le speranze non sono molte.