Da "Linea rovente" a "Otto e mezzo": venticinque anni di anticonformismo

Politici, toghe e vip: nei suoi programmi non ha mai risparmiato nessuno

Pom pom pom poom... Pom pom pom poom... Era il settembre 1988 e, su Canale 5, lo studio in radica ruotava su se stesso prima di mostrare il volto pacioso, chioma e barba fluenti, e lo sguardo acuminato di un Giuliano Ferrara già Cicciopotamo e non ancora Elefantino. Il Muro di Berlino non era crollato e Radio Londra si accingeva a diventare un appuntamento fisso della serata televisiva perché il suo conduttore le cantava chiare senza indulgere al politichese. «Ci sono molti modi di parlare di un fatto di cronaca, di politica, di attualità: uno è quello di girargli intorno», diceva Ferrara nel promo ruotando l’indice, «un altro è quello di cercare di arrivare al centro della questione. Noi abbiamo scelto la via più breve». Durò un paio di stagioni e aprì la strada a una lunga serie di imitazioni che mai si avvicinarono all’originale, del resto inavvicinabile per anticonformismo e gusto della provocazione.
Quando un paio di mesi fa Ferrara scrisse che aveva ricevuto «delle offerte professionali generose e chissà che non mi torni la voglia (...) di travestirmi (...) in qualche figura di nuovo telepredicatore», a molti venne in mente quella fortunata rubrica di ventidue anni fa. Eppure, senza mai appiattirsi a personaggio del video o farsi ricattare dall’audience, con i suoi programmi Ferrara ha segnato le svolte dell’ultimo ventennio. Aveva lasciato da qualche anno il partito comunista e sul Corriere della Sera firmava una rubrica intitolata «Bretelle rosse», look con il quale compariva come notista politico nel Tg2 di Alberto La Volpe. Da conduttore esordì nel 1987 su Raitre al timone di Linea rovente, il primo, cupo, talk show giudiziario ideato da Lio Beghin, l’inventore della tv realtà, nel quale si «processava» un personaggio controverso fino al verdetto finale espresso dai telespettatori.
Nella stagione successiva Ferrara ricomparve sugli schermi di Mediaset allora Fininvest e, dopo l’esperienza di Radio Londra, con il solito spirito guascone si tuffò dentro il bidone della spazzatura dell’Istruttoria, dal quale fuoriusciva brandendo una lisca di pesce e un osso spolpato: «Bambini, a letto: è tornato il mostro della tv spazzatura». Era l’autunno del ’91 e il bersaglio divennero i magistrati duri e puri di Mani Pulite, le inchieste che stavano per rivoltare come un calzino la prima Repubblica, trasformando Bettino Craxi in un latitante. Con la sua mole falstaffiana, Ferrara occupava lo schermo, accendeva polemiche roventi, divenne la risposta a Santoro. «Io sono in tv quello che sono nella vita - disse a Claudio Sabelli Fioretti - Non riesco a indossare l’altra maschera, quella perbene e pensosa delle sorti del Paese. Non so corrugare la fronte». La corrugò, invece, l’Italia perbenista e un po’ bacchettona che lo costrinse ad arrendersi nel 1992 quando, insieme con la moglie Anselma Dell’Olio, propose sulla Italia 1 di Carlo Freccero le sue Lezioni d’amore.
Scelse di staccare la spina e spegnere le telecamere. Per dedicarsi alla politica in prima persona e fondare Il Foglio. Fino a riaccenderle su La7 nel 2001 con Otto e mezzo, il più asettico dei suoi programmi, a doppia conduzione, dal quale si congedò nel 2007. Ora il ritorno su Raiuno, che Freccero saluta con favore: «Ferrara è una voce in più che può essere un lasciapassare per evitare altre, possibili, censure. Per esempio, io vorrei portare Luttazzi su Rai4. Inoltre, con la sua intelligenza e le sue polemiche, può creare la rottura di moduli, riti e format un po’ logori». Non lo sarà il nuovo Radio Londra, la formula giusta per uno che ha corpo e anima grandi, ma il cervello agile da slalomista del pensiero. Niente talk show con giri d’opinione al termine dei quali il vincitore è sempre il banco, come al casinò. Meglio un corsivo per andare «dritti al centro della questione». A Ferrara è tornata la voglia di farlo. Quando il gioco si fa duro...