Lingotto, grandi manovre da Pomigliano fino a Palazzo Chigi

Sergio Marchionne corre sempre. Ora chiude per due mesi lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, poi è a Palazzo Chigi per trattare di rottamazione delle auto. I suoi miracoli sono impressionanti: dall’accordo con la General Motors allo smontaggio della conglomerata messa su da Paolo Fresco, al disboscamento del sistema feudale della vecchia Fiat. Successi mirati a valorizzare quel che a Torino si sa fare sul serio: i motori e poi le automobili. E la Fiat torna a volare. Non mancano scelte sbrigative nei suoi pressi: ne sa qualcosa Margherita Agnelli, mentre del caso Ifil-Exor si discute in questi giorni presso il Tribunale di Torino (sempre che si riesca a tradurre dall’inglese alcuni documenti). Siamo di fronte a un manager vero che cerca la sua forza nell’attività economica, anche se sa trattare con la politica (ha rapporti diretti con Romano Prodi) per provvedimenti «pro domo sua».
Così sulla rottamazione, decisiva per sostenere la ripresa, così sul prepensionamento di qualche migliaio di lavoratori, scelta che, indebolendo il governo nel confronto con i sindacati, ha scaricato su tutti noi qualche miliardo di euro per il rinvio della legge Maroni.
Non è un profeta «disarmato» politicamente. Ma le cose migliori gli riescono quando decide senza interferenze esterne. Esauriti i fondamentali interventi-quadro, l’amministratore delegato Fiat deve ora passare all’altrettanto fondamentale nodo dell’organizzazione del lavoro, vedi anche Pomigliano. Deve, perciò, superare relazioni industriali aziendali inadeguate. Le politiche del lavoro, però, non si affrontano in Italia in un’azienda sola, neanche grande come la Fiat: Marchionne lo ha imparato a sue spese quando, dopo un anticipo ai dipendenti sul contratto, è stato criticato non solo dai sindacati ma anche dai colleghi di Federmeccanica. Anche nei rapporti con il governo l’ad Fiat sta comprendendo che «la corsa solitaria» comporta qualche svantaggio: ora, per esempio, della «rottamazione» si dovrà discutere di fronte all’opinione pubblica, senza godere di provvedimenti quasi invisibili come quelli della Finanziaria 2007.
Deciso a fare il suo (encomiabile) dovere, Marchionne si sta rendendo conto che qualcosa non funziona intorno a lui: mancano politiche di lobby industriali strategiche, meno basate sul puro scambio politico. E anche sulle relazioni industriali si è dormito: delle forme di contrattazione aziendale e nazionale non si discute più dal 2003.
Una qualche idea di chi sia il principale responsabile di questi gravi limiti per una politica industriale moderna, Marchionne la offre alla Montale, dicendo quel che «non è»: «Non entrerò mai in politica», «Sono un manager che non farà l’imprenditore». Chissà se a Luca Cordero di Montezemolo sono fischiate le orecchie.