La lingua perduta assieme all’identità

di Alain Finkielkraut

La lingua francese si trova al cuore dell’identità nazionale. Scaturisce, come molti autori hanno dichiarato, da Montaigne a Claudel, da una conversazione continua tra l’uomo e il suo tempo. La lingua non rappresenta pertanto un’identità ermetica e compatta ma qualcosa che consente agli individui di esprimersi per quello che sono, costituisce uno spazio di scambio e di continuo confronto tra questi stessi individui.
Assistiamo oggi nel mondo e, in particolare, in Francia a un fenomeno di massa sorprendente. Un numero crescente di francesi diventa estraneo alla propria lingua. La conversazione si impoverisce, si semplifica all’eccesso. Sembra quasi che il francese non sia più amato dai suoi locutori come se fosse diventato un semplice strumento nelle loro mani, un oggetto di cui possono fare tutto quello che desiderano. Si sta perdendo l’amore per la propria lingua. Penso ad esempio a una figura retorica terribilmente presente oggi in Francia: l’abbreviazione di tutte le parole. È una realtà stupefacente anche perché questa disinvoltura, questa pigrizia sono generalizzate. Non esistono più livelli linguistici. Ci si esprime a casa come in ufficio, si usa lo stesso vocabolario in pubblico e in privato, tra le classi più elevate e le classi più popolari. Oggi, il linguaggio utilizzato dai giornalisti non è diverso da quello utilizzato dal pubblico che li ascolta o li legge.
Si tratta di un fenomeno pervasivo al quale sembra difficile, addirittura vietato opporsi in questa epoca post moderna del relativismo culturale. Il principio dell’uguaglianza democratica prevale oggi non solo nella politica - dove va assolutamente difeso - ma in ogni sfera della vita sociale. In nome di questo principio, nella lingua non esiste più quello che in francese viene definito il «bon usage». L’uso corretto della lingua viene ormai percepito come una convenzione borghese, vecchiotta, rigida, perfino un po’ ridicola.
Quest’anno commemoriamo il ’68 in quanto trionfo della vita sulla dittatura dell’«uso corretto», sulle convenzioni ereditate dal passato. Il grande paradosso del relativismo culturale è proprio quello di fare l’elogio della diversità e, al tempo stesso, di diluire e sacrificare tutte le differenze esistenti in termini di livello linguistico, di registro oppure anche di stile. E quando compare una parola nuova - bella o brutta che sia - essa viene immediatamente adottata da tutti, dagli esperti come dai bambini. Siamo tutti costretti ad accoglierla perché è la vita stessa che, attraverso la lingua, crea, inventa, si manifesta. Criticare questo stato di cose significherebbe stabilire una gerarchia antidemocratica, insultare la vita... come se essa non fosse portatrice anche di violenza o di morte.
La recente profanazione di alcune tombe in un cimitero musulmano nelle vicinanze di Arras, dove sono sepolti dei combattenti arabi che hanno lottato e sono morti per difendere la Francia durante la prima guerra mondiale, illustra perfettamente questa deriva. Le tombe sono state violate con ignobili iscrizioni. Non è la prima volta che l’odio viene espresso in questo modo. Tuttavia è la prima volta che il livore provato dai cosiddetti francesi di sangue nei confronti degli arabi si esprime attraverso l’uso della lingua inglese. Su queste tombe profanate si potevano leggere abominevoli slogan come «Fuck Maometto» e «Fuck gli arabi». È chiaro che se questi vandali avessero deciso di esprimere il loro astio in un altro modo, il loro atto sarebbe stato, in quanto tale, altrettanto ignobile. Si tratta di un evento che fa riaffiorare il volto oscuro della nazione, i nostri vecchi demoni che ci minacciano ancora, nascosti insidiosi tra noi. Vi è tuttavia una novità: la scelta della lingua illustra bene il processo di deterritorializzazione che caratterizza le nostre società contemporanee. Siamo ormai entrati in un’epoca in cui i razzisti diranno «fuck» ai musulmani e gli antirazzisti diranno «fuck» ai razzisti. Se dovessi scegliere ovviamente sceglierei il campo degli antirazzisti. Ma non posso nascondere che sono impaurito e addolorato dallo stato in cui versa la nostra lingua oggi.
Alain Finkielkraut