Una lingua rischia di scomparire per due che litigano

Messico, due anziani di etnia zoque sono gli ultimi custodi dell'ayapaneco. Ma ora non si rivolgono più la parola e l'antico idioma è in pericolo

Roma - Una parola. Ne basta soltanto una. Non importa chi dei due uomini la dirà all’altro. La sopravvivenza di una lingua dipende da una richiesta di perdono.

Un idioma dello zoque, l’ayapaneco, antica lingua del Messico, sta scomparendo perché gli unici due uomini che la conoscono hanno litigato e non si parlano più. Il silenzio sta facendo morire le parole degli indigeni del Tabasco. Il rancore le sta seppellendo nella storia.

Si chiamano Manuel e Isidro i custodi di una lingua che viveva grazie ai loro discorsi, agli scambi di opinioni e di giudizi. Ma adesso che hanno litigato nessuno dei due ha un amico, un figlio, un fratello, a cui descrivere emozioni, o oggetti, con le parole uniche della loro cultura. Possono farlo, ma non con quell’idioma. Non esiste un uomo in grado di capire la struttura sintattica conservata dalla loro memoria. Il rischio è che, non parlando, i due indigeni depositari dello zoque del Tabasco possano dimenticare quei suoni prima di insegnarli ad altri.

È la storia di un’amicizia finita, di un orgoglio esasperato, ma anche quella di una lingua, l’ayapaneco, che «è in imminente pericolo di estinzione», ha lanciato l’allarme il direttore dell'Istituto Nazionale delle lingue indigene, Fernando Nava, al Forum universale delle Culture di Monterrey.

«Hanno litigato per motivi personali - racconta lo studioso -. Sappiamo che erano due persone che avevano poco in comune. Ora i due anziani si tengono a distanza». Nel silenzio. «Una pelea, una lengua menos», una battaglia e una lingua di meno, hanno commentato in questi giorni i giornali messicani.

Manuel e Isidro abitano entrambi nel villaggio di Ayapan, nel Tabasco, nella zona sud-est del Messico. Lo studioso non ha spiegato i motivi che hanno spinto i due anziani a non parlarsi più. Una lite tra vicini, la gelosia, l’invidia, o semplicemente quell’essere diversi: uniti da una lingua irripetibile ma lontani nel carattere.

Gli zoques sono una piccola etnia discendente da una cultura preispanica, le cui origini vengono fatte risalire a prima della nascita di Cristo, sparsa tra gli Stati messicani del Chiapas, di Oaxaca e del Tabasco. Nel Chiapas, e più ancora nel Tabasco, il loro popolo è stato falcidiato nelle ultime settimane da spaventose inondazioni, che hanno ucciso 25 persone. In passato, gli zoques venivano chiamati «uomini della parola»: erano ritenuti un popolo aperto alle altre culture. Ora rischiano di perdere per sempre proprio le loro parole millenarie.

Nel villaggio di Ayapan vivono quattro «ayapanecofoni passivi»: sono persone che comprendono appena la lingua zoque del Tabasco e non sono quasi in grado di esprimersi. Le nozioni in loro possesso non sono assolutamente sufficienti per ricostruire la struttura della lingua.

L’Inali di Nava vuole quindi convincere i due indigeni Manuel e Isidro a collaborare all’insegnamento dell’ayapaneco ai giovani della loro comunità. Anche separatamente, se non riusciranno a rappacificarsi. Si sta pensando di registrare queste «lezioni», ma è fondamentale, spiega lo studioso, che i due nemici e i loro familiari «vogliano partecipare al processo di recupero della lingua».

Il Messico è tra gli otto Paesi «in cui è concentrata la metà delle lingue che si parlano nel mondo», precisano dall’Inali. Nei 31 Stati si parlano 364 dialetti, risalenti a 11 famiglie linguistiche, un numero eccezionale: «Sono almeno venti le lingue che potrebbero essere presto dimenticate - racconta Nava -: sono vocaboli e coniugazioni, che ancora oggi si trasmettono di padre in figlio».

Ma la lingua più in pericolo è lo zoque del Tabasco. E gli studiosi sperano che sia la pace, prima del registratore, a far sopravvivere l’ayapaneco nella memoria del Messico: «Non sono nemici, hanno litigato e non sappiamo perché», spiega Nava. Solo i due uomini, Manuel e Isidro, potranno spiegarsi il motivo. Se riporranno l’orgoglio e diranno l’unica parola che può salvare le altre: «Perdonami».