Linguaggi artistici

Il cinema e il futuro che verrà. «Orizzonti» mantiene fede alle promesse presentando un cartellone che - dopo l’annuncio del film di apertura («La Belle Endormie», della Breillat) e di quello di chiusura («Oki-eui young-hwa», di Hong Sang-soo) - sembra un mosaico di linguaggi, approcci, generi e sperimentazioni, in tutti i formati. Per usare le parole del presidente della Biennale, Paolo Baratta, è «un laboratorio dei diversi linguaggi artistici, all’interno del più grande “laboratorio” della Biennale di Venezia». I nomi più conosciuti sono quelli di Vincent Gallo, Guillermo Arriaga e dell’infaticabile Manoel De Oliveira, al Lido rispettivamente con i corti «The Agent» (protagonista Gallo stesso e Sage Stallone, figlio di Sylvester), «El Pozo» e «Painèis de Sao Vicente de Fora, Visao Poètica». In forma breve - non in Concorso - anche Ken Jacobs, con il film di ricerca «A Loft». Fuori competizione pure il maestro delle arti visive Douglas Gordon con «k.364 a journey by train». Nutrita la schiera degli italiani. Ritroviamo il vincitore di «Orizzonti» dello scorso anno (con «Below Sea Level»), Gianfranco Rosi, con un nuovo documentario, «El Sicario Room 164», basato sul saggio di Charles Bowden dal titolo «The Sicario». A sei anni da «Maquilas» torna in coppia, con Isabella Sandri, anche Giuseppe Gaudino, regista di «Giro di luna tra terra e mare». Il loro nuovo lavoro, sempre un documentario, è «Per questi stretti morire (ovvero cartografia di una passione)».
Atteso anche l’adattamento de «I Malavoglia» di Pasquale Scimeca, che con Verga si era già confrontato nel precedente «Rosso Malpelo». Paul Morrissey, icona della Pop Art e del cinema indy americano, è in cartellone con «News from Nowhere». Torna a cimentarsi con la macchina da presa il critico americano Noel Burch, in coppia con Allan Sekula per il doc «The Forgotten Space». Curiosità, infine, per «Stardust», film di ricerca di Nicolas Provost con cast d’eccezione: Jack Nicholson, Jon Voight e Dennis Hopper, da poco scomparso. «Ci siamo immersi nella singolarità delle opere - dichiara Marco Muller, direttore del Festival -. Solo a selezione fatta, il programma si è organizzato per linee progettuali comuni ai registi. Senza per questo entrare in una contabilità di criteri che - ci dice chi il cinema lo fa - devono essere mantenuti aperti. E persino, addirittura, incerti».