Il linguaggio «clericale» del diavolo

Io e Rino Cammilleri siamo troppo «colleghi» per farci il torto di una recensione. Tuttavia la lettura del suo Nuovi consigli del diavolo custode (Piemme, pagg. 190, euro 12) ha suscitato in me un mondo pieno di comprensione e di fratellanza per l’autore. Che dovrà perciò scontare le mie parole.
Una vita fa (13 anni) scrissi un libretto, oggi introvabile (non lo trovo più nemmeno io) in cui esprimevo il suo stesso concetto, e cioè che andare all’inferno è diventato maledettamente facile, che l’inferno non è poi così male, che all’inferno si sono fatti furbi e l’hanno sfruttato turisticamente (sono certo che i luoghi danteschi sono tutti segnalati con cartello giallo) e via dicendo.
Siamo a livelli da gita organizzata, da volo charter. Anche Cammilleri, in questo romanzo scritto in forma di saggio, esprime opinioni analoghe, più circostanziate delle mie, mettendo sotto la lente d’ingrandimento tutta una serie di passioni innocenti, di momenti dolci e indimenticabili, di ambizioni legittime - insomma, tutto un mondo di sentimenti e pensieri del tutto politically correct, che sono però altrettante porte d’ingresso, con tanto di tappeto rosso, all’inferno.
Credete che per finire all’inferno sia necessario essere come minimo nazisti? Sciocchezze. A parte che, chi lo sa, Hitler potrebbe non trovarsi nemmeno all’inferno (faccio per dire), per finire all’inferno basta il culto del primo amore, del «che c’è di male?» (come se fosse una domanda dotata di senso), basta un po’ di romanticismo, in una parola: basta farla facile. Il grande matematico Laurent Lafforgue ha detto che la matematica è umana perché è difficile, e che uno dei caratteri del male è la facilità. Com’è vero! Ma guai a dirlo, in un mondo in cui tutto deve essere facile per statuto.
Le ragioni della scrittura di Cammilleri sono distanti alcuni anni luce dalle mie, ma c’è un’idea del Cristianesimo che ci avvicina, e senza la quale non ci saremmo avventurati, ciascuno per i fatti suoi, a parlare dell’inferno facendo quasi le stesse sottolineature. L’idea sta tutta nel linguaggio clericale del diavolo narratore: che non solo è «diavolo custode» (cosa mai dovrebbe custodire, un diavolo?), ma non nomina neppure il nome di Dio invano, quindi rispetta i Comandamenti. Tanto che lo chiama «Colui-che-non-voglio-nominare». Perché il male non è solo facile, ma, non essendo capace di inventare nulla, si presenta come una scopiazzatura bella e buona del Bene. Un simulacro.
Per finire: l’inferno di Cammilleri, come il mio di tanto tempo fa, è religioso. Nel mio ci si andava addirittura a messa, qui poco ci manca. Il diavolo non è ateo e non alimenta l’ateismo. «L’unica cosa che veramente c’interessa - dice - è impedire che la mano di Colui-che-non-voglio-nominare s’incontri con quella che vi tende Lui».