IL LINGUAGGIO DELLA VERITÀ

La presenza di Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia è stata uno degli aspetti più significativi del suo viaggio in Germania. Lo stile diverso del viaggio di Benedetto dai viaggi di Giovanni Paolo è stato evidente in tutta la regia del viaggio. Giovanni Paolo dava al viaggio l'immagine e l'impostazione di un incontro diretto con il popolo del Paese che visitava, non a caso il suo viaggio iniziava con il bacio alla terra per indicare il suo rapporto con ciò che è più rilevante per l'esistenza di un popolo, come nazione e come Stato: il suo territorio in cui la geografia incorporava e rendeva presente la storia. Nei viaggi di Giovanni Paolo il contatto con le autorità politiche non era un elemento formale ma un aspetto essenziale del viaggio, una conseguenza del suo rivolgersi non solo alla Chiesa ma all'insieme della nazione. In questo senso, i viaggi del Papa debordavano da un quadro ecclesiastico e divenivano un evento politico e civile: parlare a Jaruzelsky, a Pinochet o a Castro erano un elemento essenziale del viaggio, che sottolineava il rapporto del Papa con la nazione anche e nella sua forma istituzionale.
Il viaggio a Colonia ha colpito la sottolineatura del suo elemento ecclesiastico. La lunga traversata del Reno in battello costituiva un elemento estetico di grande risonanza ma evitava che il contatto con il Papa divenisse un bagno di folla. Papa Benedetto ha voluto sottolineare il carattere ecclesiastico dei viaggi, li ha in un qualche modo inclusi in una liturgia, ha voluto togliere ad essi ogni significato politico e ogni riferimento a un incontro di folla. La differenza di stile dei viaggi non poteva non marcare la differenza tra due stili di governo e di immagine del papato, legate alla storia delle due persone che lo hanno impersonato.
Ma ancora più significativa è stata la presenza del Papa nella sinagoga di Colonia. Qui vi era certo un momento di evocazione storica, la presenza di un Papa tedesco nella sinagoga vissuta dai nazisti aveva un significato sia per i tedeschi che per gli ebrei. Per gli uni significava un altro segno di redenzione di una colpa storica, di una ritrovata universalità della Germania, per gli altri il segno di una riconciliazione con il popolo tedesco, con cui la storia ebraica era stata profondamente legata. Ma soprattutto ha colpito il tono del discorso del Papa, che non ha ripreso temi teologici, come il discorso sugli ebrei «fratelli maggiori», un discorso che non piace in fondo né agli ebrei né ai cristiani. Ha sottolineato invece le reali difficoltà che nella storia sono esistite tra ebrei e cristiani e che non sono ancora composte e in un certo modo sono legate all'essenza delle due religioni: su questa strada occorre procedere. Fuori di ogni gesto emozionale, il Papa ha dimostrato con chiarezza questa volontà, che certamente investe anche i rapporti con lo Stato di Israele. Non dialogo teologico ma dialogo storico: è su questo piano realistico che il Papa ha impostato i suoi discorsi di Colonia e per questo ha difeso con fermezza l'opera di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, non accettando il silenzio che la Chiesa si è autoimposta a riguardo e che si era espressa alla mancata beatificazione di Papa Pacelli. Il Papa ha parlato agli ebrei raccolti nella sinagoga di Colonia il linguaggio della chiarezza e della verità, ha mostrato che il dialogo non consiste nel nascondere le differenze ma nell'affrontarle. Ha voluto parlare solo il linguaggio della Chiesa ma tutto il linguaggio della Chiesa. Questo è un nuovo stile di un nuovo grande Pontificato: e non è certo un caso che si sia manifestato con evidenza in terra tedesca e di un tempio ebraico.
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