Linkin Park, chitarre e rabbia Ora il nuovo rock usa la testa

da Milano

Un due tre, si parte, più rabbiosi del solito, più lucidi che mai, eccoli i Linkin Park cioè la nuova generazione del rock duro che ha smesso di essere per forza «contro» e comincia a chiedersi il perché. Intanto lo fa dall’attico delle classifiche: il loro singolo What I’ve done («Che cosa ho combinato», e ve lo immaginate un titolo più autocritico di questo?) è già al numero uno in America, il videoclip è un collage di immagini che retoricamente spaccano il cuore eppure è tra i più trasmessi del mondo e il cd Minutes to midnight è appena uscito ma si candida al primo posto anche da noi, mica solo nell’America che da anni stravede per loro.
L’imprevedibilità del nuovo rock.
D’altronde i Linkin Park sono una storpiatura già dal nome, un omaggio al Lincoln Park di Santa Monica vicino a Los Angeles, e dalla zona da dove provengono, che è quell’Orange County piena zeppa di surfisti e impiegati di Disneyland che hanno tutto per la testa tranne che pensare all’«orologio dell’apocalisse» che a Chicago segnala quant’è vicino la mezzanotte del disastro nucleare. Per la cronaca: siamo a meno cinque minuti, qualche mese fa eravamo a meno sette. E così nelle dodici canzoni di «Pochi minuti a mezzanotte» questi ragazzi californiani hanno alzato il volume delle loro angosce esistenziali e sociali, diventando politici finalmente nel senso di «polis», smettendola di fare come quasi tutti gli altri, di gabellarci cioè slogan elettorali travestiti da urla di dolore. I Linkin Park sono la nuova generazione del rock, quella che discende da Neil Young, il papà di tutti i rockettari con qualcosa da dire, e che ha avuto bisogno di Kurt Cobain per ripulirsi dalle voglie nichiliste e impermeabili ai mutamenti del mondo. Ma non ha fregole politiche in senso elettorale: difficile che i Linkin Park finiscano in un tour come quello che Springsteen e i Rem e i Pearl Jam organizzarono per catechizzare le folle (anche i ragazzini che pagavano il biglietto ma non avevano diritto di voto) contro la rielezione di Bush. «Noi cantiamo solo quello che vediamo, non spieghiamo come ci si deve comportare», dicono i Linkin.
Sarà che, per vocazione, pestano duro e si sono sporcati con l’hip hop grezzo e qualunquista (per fortuna è roba del passato) . Sarà che in fondo è facile parlare dopo aver venduto diciotto milioni di copie già con il primo cd Hybrid theory del 2000 e aver raddoppiato il conto con il successivo Meteora. Tanto per dire, i più convenzionali Coldplay di Chris Martin, indolori e famosissimi, hanno venduto qualche milionata di copie in meno. Quando si sposò con la prima moglie, a vent’anni, il cantante Chester Bennington (il leader con l’altro autore Mike Shinoda) era così in bolletta che si fece tatuare la fede sul dito perché non poteva comprarla dal gioielliere. Ora che ne ha 31 è straricco, e di sicuro le sue famose urla (sentite Given up) sono più rotonde e pastose. Ma l’arrabbiatura è la stessa e per la prima volta nella storia della musica è trasversale, piace a destra e sinistra perché arriva a tutti, a chi ama Gandhi ma non crede che tutto il razzismo si fermi al Ku Klux Klan o alle sfilate delle Ss. A chi è solidale ma sa che ci sono regole da rispettare. Perciò i Linkin Park hanno un successo spettacolare: sfuggono alle etichette. E quando il 15 giugno arriveranno all’Heineken Jammin’ Festival di Venezia sotto il palco si ritroverà un oceano di gente che non sa da che parte stare perché ha solo gli occhi puntati in alto, all’orologio dell’apocalisse il cui ticchettio è così forte da non far sentir altri comizi o altri slogan ormai così vecchi e così inutili.