L'Inter in 10 fermata a Udine Pato lancia il Milan. Vince la Juve

Nerazzurri come in Coppa Italia: con un espulso pareggiano. Annullato un gol a Ibrahimovic: la Roma a -5. <a href="/a.pic1?ID=237298" target="_blank"><strong>I rossoneri battono il Genoa</strong></a> con due perle del giovane brasiliano. <strong><a href="/a.pic1?ID=237197" target="_blank">Del Piero e Trezeguet: i bianconeri</a></strong> tornano al successo

Udine - Sarà colpa del colore delle maglie, bianconero, o colpa dei soliti arbitri che ormai, dice voce di popolo, si muovono a colpi di sudditanza? Anche se c’è sudditanza e sudditanza. Difficile capire, pur se la conclusione è la stessa: l’Inter resta in dieci, gioca, rischia di vincere, alla fine pareggia. Prova di forza contro la Juve. Prova da ercolino contro l’Udinese. Gli arbitri fischiano e fanno i duri. L’Inter fa braccio di ferro e ne esce meglio. Questa la morale della storiella domenicale che qualcosa ha aggiunto, non certo tolto ai campioni d’Italia. Lo ha detto, in estrema sintesi, capitan Zanetti: «Ci interessa poco e niente che la Roma abbia guadagnato due punti. Conta quel che abbiamo dimostrato con questa partita». Detto e fatto: l’Inter ha giocato malaccio per una trentina di minuti, ovvero quand’era ancora in undici e appena è rimasta in dieci. Poi ha trovato ritmo, consistenza, lucidità e non ha mai perso il cuore, un’altra componente spesso sottostimata. L’Udinese ha giocato bene sempre, ha sbagliato tanto come gli avversari, ha rischiato di più, sapeva di giocare in undici contro dieci, ma qualche volta si è chiesta se c’era il trucco.

L’Inter è stata più forte anche del suo stizzito e infantile silenzio stampa. Stavolta ha somigliato quanto mai a Rivera (vabbè Moratti non gradirà l’accostamento) che polemizzava a suon di parole, e non di silenzio stampa, poi andava in campo e diceva: adesso guardate cosa so fare. Abatino o no, aveva parole, muscoli e classe di ferro. Così potrebbe essere questa Inter: polemizza fuori del campo, eppoi dimostra quel che sa fare. E Mancini ha dimostrato che, più del silenzio, possono le parole. «Vorrà dire che mercoledì a Torino cominceremo in dieci, così risolviamo il problema». Più corrosivo dell’acido. Per ora più efficace di ogni espulsione (in campionato l’Inter ne ha collezionate quattro). Ieri si è trovata in dieci per la seconda volta consecutiva. Pare storia dell’inizio della scorsa stagione. Rosetti ha tenuto a far la figura del primo della classe: dopo aver giustamente ammonito Cesar per un fallo da furbetto, ci ha riprovato nemmeno un minuto dopo (46 secondi) annusando sapor di espulsione per una giocata forse vigorosa, ma sul pallone.

Il brasiliano ha visto l’arbitro dare ascolto al guardalinee. «E ha detto che l’entrata era cattiva». Già sudditanza a chi? E a che cosa? All’Inter? O al proprio Io che voleva dimostrare qualcosa? Chiaro che l’Inter non abbia gradito, così come non ha gradito l’interruzione decisiva nel secondo tempo, quando Ibrahimovic si è liberato di Lukovic con leggerissimo movimento ed è andato in rete. Decisione incomprensibile anche a parole, ha raccontato Ibra. Due situazioni che hanno fatto pollice verso alla gente nerazzurra. Come certi errori nella mira.

La prova di forza è stata totale, intensa fino al termine: i centrocampisti si sono sfiatati senza mai perdere il senso della partita. Ibrahimovic ha cercato di sfondare da ogni parte. L’Udinese ha pizzicato, mordicchiato. Quagliarella ha provato a far girare la ruota del pavone, intravvedendo futuro nerazzurro, ma si è un po’ scolorito. L’Inter ha dimostrato che non è in testa per grazia arbitrale, ma per grazie proprie. L’Udinese ha continuato ad essere la sua bestia nera: ora i pareggi consecutivi sono quattro. Quelli nerazzurri cinque in tutto, in questo campionato. Ma questo vale quanto una vittoria. Psicologica.