L'Inter vince il derby: una mano sullo scudetto

Gara contestata a San Siro. <strong><a href="/a.pic1?ID=329119">Mou: &quot;Adesso lo scudetto possiamo solo regalarlo&quot;</a></strong>. Porta stregata a Torino, <strong><a href="/a.pic1?ID=329114">ma la Juve è una strega</a></strong>

Milano - Certo, e adesso chi glielo toglie quel sorriso a Mourinho? Chi gli toglie quello scudetto dalla maglia, che questa volta sarà il suo, l'ennesimo, forse il migliore, se da qui a maggio non accadrà l'imponderabile. E chi glielo toglie quello sguardo ad Ancelotti? Perché alla fine è stato un derby così: doveva giocarselo il Milan, se l'è meritato l'Inter.

Una serata perfetta: c'erano padre e figlio mano nella mano davanti al cancello di San Siro, uno con la maglia nerazzurra, l'altro con la bandiera rossonera, anche se questa di solito non è una partita per famiglie. Perché è proprio l'ultima occasione, e il vessillo steso sul campo rasato di nuovo che incita al gioco del poker è il messaggio del derby: bisogna rischiare. Lo deve fare il Milan, perché non ci sarà appello: è l'ultima di Maldini che perfino la curva interista omaggia con uno striscione, potrebbe esserlo di Ancelotti, nonostante lui dica che questo non sarà l'addio alla stracittadina. È l'occasione per rimettere l'occhio sullo scudetto, ma quello poi alla fine è sempre più attaccato sulle maglie dell'Inter, perché chi ha rischiato di più è stato quello che aveva meno da perdere. E di solito funziona così.

Insomma padre e figlio - più gli ottantamila - all'inizio si sono goduti lo spettacolo in un San Siro che sembrava il galà del fair play: neanche uno striscione di insulti, perfino Antonini diventa «uno di noi» per la curva rossonera. E neppure la solita ventina di beceri che si litigano con qualche cazzotto per uno striscione spezzano l'idillio, perché dopo il fischio di Rosetti il Milan cerca le solite geometrie a un tocco mentre l'Inter asfissia le zolle del campo per spegnere il fuoco avversario. Il tutto è molto bello, con Pato che a volte sembra imprendibile e Ibrahimovic che si mette a fare la boa per affondare il Milan. Però la vera realtà si riassume così: da una parte non c'è Kakà, dall'altra c'è invece Maicon.

Già, allora: dov'è finito Ronaldinho?, si chiede il papà milanista sospirando come tutta la sua curva, mentre il belli capelli mulina le gambe senza costruire nulla, lasciando affranti i compagni. E già, come se la gode il piccolo interista quando Stankovic arriva col pallone dritto fino ad Abbiati, ma poi si dimentica di tirare e improvvisamente nell'inquadratura ricompare Ambrosini. Zero a zero, ma per poco.

Perché poi dall'oblio ricompare Adriano, che aveva già fatto a sportellate come ai tempi belli, ma che all'improvviso su cross di - indovinate chi? - Maicon, si trova alle spalle di - indovinate chi? - Maldini. A quel punto è testa, poi mano e Collina ci dirà forse oggi se davvero non è fallo: intanto però la palla è in rete, l'Imperatore è già nelle braccia di Mourinho e l'incanto si è spezzato. È roba da dividere una famiglia - il bimbo ride, il papà impreca - figurarsi uno stadio e due squadre che si giocano l'Occasione: in campo arrivano i primi calcioni, sugli spalti i primi messaggi inquietanti, anche se poi i colpevoli per la bisogna sono sempre i giornalisti. Niente di male, per carità, il gemellaggio ultrà finisce presto e questa volta Stankovic non può sbagliare, sul pallone che la Boa gli mette lì all'interno dell'area.
Insomma, a quel punto c'erano in giro certe facce da Milan e con un tempo ancora da giocare, mentre Mourinho sul suo taccuino scriveva scriveva scriveva e Ancelotti pensava pensava pensava. Partita finita? Il derby non lo è mai, così almeno si dice, soprattutto visto che Adriano all'inizio della ripresa fa il gentile omaggio di non infierire con la porta praticamente aperta. Si scalda SuperPippo, la curva rossonera sospira e immagina il solito golletto di rapina, anche se mettere Inzaghi e togliere l'“indispensabile” Beckham sa tanto di mossa da ultimo derby. Infatti non funziona, perché l'Inter gioca randello e contropiede, mentre quando entra in partita Ronaldinho si fa tardi. Già, il derby non è mai finito, segna Pato, un fenomeno vero, ci sarebbe anche un rigore su Inzaghi, ma Rosetti non vede e non sente, e poi c'è l'ultimo artiglio di Julio Cesar a salvare i cuori nerazzurri. E alla fine allora c'è da consolare qualcuno: «Dài, papà: il Milan è comunque una grande squadra, con grandi giocatori». A meno undici, però.