Lippa, campana e rubabandiera, così i bimbi dimenticano i videogames

Alla Fabbrica del Vapore l’Accademia dei balocchi antichi

C'è una specie di ammonimento che sembra passare intatto di generazione in generazione e resistere a tutto, davvero a tutto: «quando eravamo piccoli noi, ci divertivamo di più». Lo dicevano i nonni di oggi ai loro figli quando li vedevano giocare con le figurine Panini, i trenini elettrici e il Lego. Lo dicono i genitori di oggi ai bambini di sette anni quando li vedono «smanettare» con la playstation, il Gameboy e i giochini del cellulare. Lo diranno più avanti le future mamme e papà e forse se lo sono sempre detto tutti da tempi immemorabili, anche se risalire la corrente all'indietro, così tanto all'indietro, è una sfida di quelle teutoniche. Ma non impossibile se qualcuno ci ha provato e se alla fine, dopo dieci anni passati in giro per l'Italia a interrogare i vecchietti di paese, è riuscito a recuperare la descrizione di tutti i giochi di una volta e a mettere insieme un'associazione che oggi fa giocare per strada, ogni anno, migliaia di bambini. Con le biglie, i tappi e gli elastici, si intende. Proprio come accadeva anni e anni fa.
Lui, il fondatore, è un omino tarchiato e spettinato di 56 anni che assomiglia a Beppe Grillo (e infatti a settembre, dice, andrà a fare delle selezioni per presentarsi come sosia) e si chiama Giorgio Reali.
Di mestiere, fino a prima di inventarsi l'«Accademia del gioco dimenticato» nel 1986, faceva l'impiegato di banca a Merate ma coltivava nella sua fantasia la passione per il braccio di ferro. In parrocchia, dove aiutava uno zio sordomuto ad animare i pomeriggi dei ragazzini, impazzivano tutti quando organizzava veri e propri tornei al tavolo. Grandi, bambini, genitori, catechisti.
«Allora, ad un certo punto, ho capito che quella era la mia strada - confida lui stesso - mi sono licenziato e ho cominciato a girare la penisola con un tavolino (usciva nel 1986 «Over the top», il film di Stallone dove i machi se la giocavano di forza coi gomiti su un bancale). Mettevo gli annunci sul giornale per cercare volontari, mi rispondevano a centinaia. Ho capito che la gente aveva voglia di riscoprire il divertimento di una volta».
Il passo successivo, da lì, è stato come un'evoluzione naturale.
Nei paesini sperduti dell'entroterra sardo, in quelli assolati delle Puglie, in Sicilia, a Genova, nel Veneto, su su fino alle montagne delle Alpi, le persone facevano capannello intorno agli sfidanti e, tra una mazurca e l'altra, delle sagre di paese si mettevano a raccontare i giochi tradizionali delle propria cultura. Le regole, le eccezioni di gioco, che cosa serviva, che cosa bastava. «Ho scritto ogni cosa - racconta il giocologo - perché quelle sono memorie preziose che purtroppo si perdono in fretta. E ne è uscito un libro che si chiama Il giardino dei giochi dimenticati, che ora è alla settima ristampa e ha venduto 35mila copie. Ma soprattutto ho piantato lì il braccio di ferro (dopo un po' l'entusiasmo stalloniano si è esaurito), e mi sono messo a fare giocare i bambini, gli adulti, i nonni come si faceva un tempo. Ho pescato dal passato di tutto».
Il gioco della lippa, per esempio, che ancora si pratica in provincia di Pavia e che è conosciuto in tutta Europa. In cosa consiste? Si appoggia per terra un pezzo di legno aguzzato di dieci centimetri, la lippa, appunto. Con un bastone lo si colpisce dalla parte aguzza facendolo saltare in aria e quando la lippa è a mezz'aria la si colpisce una seconda volta per mandarla il più lontano possibile. Vince chi fa più metri. Uno spasso.
Oppure c'è il gioco della rana: si disegnano dei cerchi sull'asfalto e dentro ci si scrive un punteggio. Poi si appoggia un tappo sul ginocchio e con le dita bisogna spararlo sul numero più alto, facendo centro. Vince chi fa più punti. O il gioco della buca: si scavano dei buchi nella terra e sul bordo ci si appoggia delle biglie. Ognuno ha in mano la sua, e chi ne colpisce di più facendole entrare in buca se le porta a casa tutte.
Ma i giochi tradizionali sono molti di più, almeno 180 secondo la ricostruzione del giocologo fondatore. In uno stanzino della Fabbrica del Vapore dove ha la sua sede sono stipati migliaia di tappini, lattine di fagioli, sassolini, elastici, fionde e pannelli con attaccati gusci di cozze e legnetti dove far correre le biglie. È tutto l'armamentario riciclato da oggetti della spazzatura, proprio come un tempo, con cui l'Accademia coinvolgerà per tutta l'estate, all’Idroscalo, schiere di bambini.
Ma quanti sono i giochi di una volta? Ce ne ricordiamo due o tre, invece sono centinaia. Quando i giocattoli che si possedevano erano pochi, la fantasia dei bambini si sbizzarriva riuscendo a costruire decine di varianti di gioco intorno alle stesse piccole cose: sassi, corde, bastoncini di legno e bottoni. Se «Nascondino», «Palla avvelenata», «Rubabandiera», «Un due tre stella», «La cavallina», «L'elastico», «Morra cinese», «Braccio di ferro», «Il tiro alla fune» e «Il gioco della campana» sono quelli più facili da tenere in mente, ce ne sono decine di altri che sfuggono via. Come il «Gioco del pirlo», dell'Alto Adige, che consiste in un asse di legno inclinato su cui si attaccano dei tappi. A turno si fa girare una trottola, e più ostacoli si colpiscono più punti si fanno. O come il «Rimbalzello», di Belluno: basta una strada in discesa su cui si costruisce un percorso con sassi e tappi. Poi, a suon di fortuna e ginocchia leste, bisogna arrivare prima alla fine con la propria biglia. O ancora il «Carrom» di cui si darà una dimostrazione durante i fine settimana all’Idroscalo, è una specie di anticipazione indiana del biliardo in cui, su un compensato di legno reso scivoloso da uno strato di zucchero bisognerà colpire i tappi con le dita e farli entrare nelle «porte».