Lippi: "Lo aspettavo a Viareggio. Per parlare di Italia"

«Mi vedo sul lungomare di Viareggio: io in bicicletta a fianco di
Franco. Passeggiate tranquille e spensierate a chiacchierare di tutto,
su quella strada fatta di luce, con il mare che ci accompagna da un
lato e le alpi Apuane dall’altro. E quella leggera brezza che ci
scompiglia i capelli...»

«Mi vedo sul lungomare di Viareggio: io in bicicletta a fianco di Franco. Passeggiate tranquille e spensierate a chiacchierare di tutto, su quella strada fatta di luce, con il mare che ci accompagna da un lato e le alpi Apuane dall’altro. E quella leggera brezza che ci scompiglia i capelli...». Ha la voce rotta per l’emozione, Marcello Lippi. Il ct mondiale, il tecnico di tante vittorie targate Juventus, non si dà pace. Con Franco Ballerini aveva imbastito in questi ultimi dieci anni un rapporto davvero speciale, fatto d’incontri, telefonate e passeggiate in bici. «Ho il magone, un dolore profondo nel cuore. La notizia che mi hanno dato è stata davvero una mazzata ­ dice il tecnico azzurro con il tono della voce che si abbassa e vibra per la commozione -. Franco era davvero un caro amico, una persona con la quale avevo instaurato un rapporto davvero molto bello. Sarà per la nostra toscanità, sarà per il fatto che Franco era persona garbata e intelligente, ma con lui avevo trovato davvero un grande feeling. Era piacevole, perché aveva la leggerezza del vivere. Sapeva parlare di tutto e quel che più colpiva era la sua ricerca costante e continua verso il sapere. Amava conoscere, approfondire le cose».
Si erano sentiti qualche giorno fa: un contatto periodico, per salutarsi e accertarsi «che tutto procedesse per il meglio», e soprattutto per gettare le basi per un nuovo incontro. «Ci saremmo dovuti vedere ai primi di marzo ­ racconta -. Lui era un grande sportivo, e la sua curiosità lo portava ad interessarsi anche ad altri sport. In particolare approfondiva sempre le tematiche relative agli sport di squadra, dove c’era una gestione del gruppo, la leadership, la motivazione. E così capitava che venisse ai convegni che ogni tanto tengo su questi argomenti, così come io andavo volentieri ai suoi sul ciclismo. Ci scambiavamo spesso opinioni e ci saremmo dovuti vedere a marzo a Viareggio. Da ct aveva una grande qualità: sapeva coinvolgere emotivamente tutti i suoi collaboratori, e tutti davano sempre il massimo, perché Franco era un grande motivatore».
La gestione del gruppo, quante volte Franco Ballerini si è ispirato al ct azzurro. «Io ho due maestri, due punti di riferimento imprescindibili: uno è Alfredo Martini, la saggezza fatta persona, l’uomo che sa allenare come nessuno lo spirito, l’altro è Marcello Lippi, uno dei tecnici più preparati al mondo, uno che non guarda solo ai muscoli, ma anche alla mente, il muscolo più importante e il più difficile da allenare e tenere in allenamento». Questo Franco lo ripeteva spesso, e lo diceva con quella sua parlata pacata e persuasiva, che a tratti incantava. «Credeva nello staff. Credeva nella squadra e nello staff che componeva la squadra ­ prosegue il ct Lippi -. Ricordo che alla vigilia dell’ultimo Mondiale (quello di Mendrisio, ndr), molti ebbero di che storcere il naso per il fatto che Franco, inaspettatamente, decise di portare con sé Paolo Bettini, come consigliere. La cosa gli procurò qualche critica, che lui rimandò con garbo al mittente, dicendo: “Nel calcio tutti hanno un consulente. C’è l’allenatore, ma anche il tattico. Io perché non potrei confrontarmi con chi nella sua vita di atleta ha dimostrato di essere un talento? Perché dovrei privarmi di un patrimonio come quello di Bettini?”. Io penso che Franco, per quello che ha fatto vedere e ha raccolto, è stato senza ombra di dubbio uno dei tecnici più illuminati in senso assoluto, non solo nel ciclismo. Un ragazzo che ha portato qualcosa di nuovo nel mondo dello sport e si stava attrezzando per arricchirlo ancora. Per questa ragione il ciclismo non ha perso solo un grande uomo».
Ha poca voglia di parlare Marcello Lippi. «Ho un peso al cuore, come una bolla d’aria che mi blocca il respiro e non riesce ad andare né su né giù. Non ho la forza di piangere, non ho la forza di capacitarmi compiutamente di aver perso un amico, non ho la voglia di parlarne ancora, anche se meriterebbe che ognuno di noi lo facesse. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo un po’ di più. Mi sarebbe piaciuto confidarmi maggiormente con lui, fare qualcosa di bello assieme. Mi sarebbe piaciuto riabbracciarlo ai primi di marzo, a quella cena alla quale tenevamo tanto tutti e due. Non avrei voluto piangere la morte di un amico. Un caro amico».