Lippi crede all’Italia «La strada è buona ora serve fiducia»

Franco Ordine

nostro inviato ad Amsterdam

Dev’essere forse merito del loro rispettivo passato più che di un gelido auto-controllo. Così, alla fine di questo sabato azzurro da incorniciare, con i dati auditel che han contribuito a rilanciare la nazionale (Raiuno, con la partita, ha battuto la De Filippi un tempo rivale invincibile), i due ct protagonisti hanno tirato dritto per la loro strada. Uno, il più elegante dei due, e non solo per il cappotto blu notte, Marco Van Basten, una carriera prodigiosa alle spalle, non è smontato da cavallo. L’altro, Marcello Lippi, look da sportivo, avvolto in un giaccone col pelo, e una striscia di successi targati Juventus da far brillare gli occhi, ha scelto di non salire in groppa al destriero bianco del 3 a 1. «Siamo sulla buona strada» ha spiegato il viareggino con quel ghigno satanico che gli appare sul viso quando ha toccato con mano il successo e non vuole aprire la ruota del pavone. Nel frattempo ha lasciato parlare gli altri, e in particolare i suoi cavalieri, grati al nuovo condottiero che li ha condotti da malinconico europeo portoghese a un mondiale conquistato in carrozza. Ha dettato Alex Del Piero, in una pausa della notte olandese: «Si vede che questa squadra è allenata da Lippi». E più tardi, un giovanotto che l’ha incontrato di recente, è stato capace di cogliere le differenze rispetto al passato. «Ora lavoriamo come in un club» la frase di Ringhio Gattuso che può valere tutto e niente ma di sicuro rappresenta anche un bel gesto, terra spalata e infilata nella buca dove si ricorda la sciagurata gestione del Trap. Persino il vice-presidente federale, Giancarlo Abete, da sempre ligio al protocollo, ha colto l’occasione per segnalare agli organizzatori della rassegna e alla Fifa la condizione dell’Italia, «abbiamo conquistato sul campo il diritto a essere inclusi nella lista delle teste di serie» la dichiarazione che segnala il nervo scoperto dei federali sull’argomento.
«Siamo anche noi sulla buona strada». Marco Van Basten, nella palestra dell’Amsterdam Arena, non ha ceduto al disincanto di una sconfitta, la prima, e s’è lasciato coccolare semmai dalle sue certezze e forse anche dalle sue ambizioni. «Abbiamo commesso alcuni errori» ha ammesso e non ha fatto mistero delle proprie censure, destinate alla coppia inedita dei due difensori centrali, Vlaar il più bersagliato da critiche e fischi, sostituito appena il ct orange ha temuto che la sconfitta potesse assumere dimensioni umilianti. «Datemi retta, non è un problema la difesa» la risposta fornita da Van Basten ai vecchi sodali che gli hanno sussurrato di cementare l’ultima frontiera, la trincea da sempre trascurata dagli olandesi, da Cruyff come da Michels. «Semmai dobbiamo avere più coraggio in attacco, dovevamo insistere appena abbiamo messo al muro gli azzurri nel primo tempo» ha aggiunto Marco con quel suo italiano che non si è appassito e che anzi è diventato più affinato. È stato leale e carino con l’Italia, Van Basten. «Se dovevo perdere meglio farlo con degli amici» ha ripetuto dopo aver tessuto gli elogi, molti, di Toni, e più contenuti di Gilardino.
«Se dovevo vincere per capire cosa c’è da migliorare nella mia Italia, meglio qui che da altre parti» è la simmetrica risposta di Lippi che è rimasto rincantucciato nel suo giubbotto col pelo fino a quando il risultato di Amsterdam ha ridato luce al suo lavoro, alle scelte definitive che sono scritte sui muri di Coverciano e non saranno modificate. Porte chiuse a Panucci e a Cassano che col suo comportamento s’è giocato il mondiale, porte spalancate ai vecchi allievi di un tempo, Del Piero e Vieri, a dispetto di qualche performance e dell’utilizzo nel campionato, non sempre al massimo dei giri. «Dobbiamo crescere ancora in personalità e fiducia prima di arrivare a Germania 2006» è la convinzione di Lippi che forse non ha voglia di dare un nome e un cognome alle fragilità intraviste nella notte di Amsterdam. Per esempio alla linea difensiva laterale.
«Al mondiale, da qualche parte, ci ritroveremo»: Lippi ha salutato così Van Basten, rimasto in sella più che mai con la sua idea che la difesa migliore è quella rimasta in panchina e che gli innesti dei grandi assenti, da Van Nistelrooy a Van Bommel, possono garantire linfa vitale a una squadra giovane ed esuberante, capace di grandi entusiasmi ma anche di qualche improvvisa depressione. «Ci ritroveremo di sicuro» la sicurezza di Van Basten. Che è una specie di appuntamento fissato per il prossimo giugno, in Germania. E non più tra amici e con debuttanti da far crescere.