Lippi, da ct indesiderato a santo Ma vuole chiudere con l’azzurro

Nonostante il successo, il ct vuole tagliare la corda a mondiale finito. E rivela: «Anche Totti lascerà la nazionale»

Franco Ordine
nostro inviato a Duisburg
Marcello santo subito. Manca solo uno striscione del genere e poi l’effetto San Pietro è garantito. Il giorno dopo la finale conquistata all’ultimo respiro, contro la Germania padrona di casa e del campo, padrona del pronostico, sono tutti o quasi ai piedi di Marcello per rendere omaggio al primo finalista di Berlino e ai suoi magnifici ragazzi. Tutti tranne, naturalmente, i giustizialisti dei primi di maggio, spariti dalla circolazione e adesso alle prese con la ghigliottina dello scandalo. Marcello Lippi che non ha la faccia e forse neanche la pretesa di finire da ct vituperato a santo subito, si gode la scena dietro i suoi occhiali a goccia e il vapore di una sala molto affollata. Basta cogliere al volo qualche sottigliezza per capire. Se gli riferiscono delle feste nella striscia di Gaza fa sorpreso: «Con tutti i problemi che hanno». Se gli chiedono, ad esempio, della prima telefonata di complimenti ricevuta, lui non ha esitazioni. «Mio figlio» risponde fiero. Già, Davide, il ragazzo assalito dai Robespierre e che Marcellone vuole difendere a tutti i costi. Se gli chiedono anche dei motori della barca rimasti accesi a Viareggio, corregge sicuro: «Tranquilli, sono spenti da 40 giorni». Come dire: mai pensato di tornare subito a casa.
Il pensiero fisso, che gli circola nella testa, dall’inizio dell’avventura è sempre lo stesso: a mondiale finito, comunque vada, è bene tagliare la corda. E che sia il suo chiodo fisso lo si ricava dalla risposta che sull’argomento, egli attribuisce al proposito, dello stesso tipo, ripetuto da Totti. Anche lui vuole chiudere con l’azzurro. «Francesco ha detto che lascia al 90% e io penso che bisogna rispettare quello che passa nel cuore e nella testa della gente, lo penso anche per quel che mi riguarda», la frase simbolica di una mattina che ha l’oro in bocca. Come dimostrano le due ore scarse concesse al riposo dal ct, «perché appena rientrato in camera mi sono rivisto la partita, secondo una mia personale, collaudata abitudine». Rivista, Germania-Italia di martedì sera, non è stata meno bella, meno eccitante. «Abbiamo battuto una nazionale che ha delle qualità» il concetto di fondo che tiene conto della voglia di volare basso, senza esagerare nell’enfasi e negli aggettivi. «Non so se passerà mai alla storia, di sicuro è diventata, per ora, la partita più importante della mia carriera» il chiarimento. Avvalorato dalla frase pronunciata nel gran trambusto dello spogliatoio, a Dortmund. «Ragazzi, dobbiamo completare l’opera»: ecco la dichiarazione che qui vale come un grido di battaglia. Per il prossimo appuntamento.
Indulgere sull’impresa di Dortmund, è l’unica concessione di Lippi. Specie se gli chiedono conto dei cambi, di quella Nazionale rimodellata con un centravanti (Gilardino), due ali (Iaquinta e Del Piero) e un tre-quartista (Totti). «L’ho fatto per due motivi: perché mi preparavo ai rigori e perché le squadre si erano ormai spezzate in due tronconi, noi avevano una buona difesa, in attacco inseguivo la giocata, il numero che sbloccasse la sfida» la spiegazione didascalica. Oppure se lo interrogano sulle qualità di fondo del suo gruppo. «È la compattezza morale che fa la differenza». In qualche modo il bene, tutto il bene possibile di oggi, discende anche dal male di ieri, del calcio-scandalo. «Ai tempi di Coverciano ha contribuito a cementare il team, a parità di valori tecnici sono le motivazioni che scavano la differenza» la sua idea di fondo che si concilia con questo epilogo strepitoso. «Lo spirito di gruppo conta più della condizione fisica, che in taluni è cresciuta, nonostante le 50-60 partite alle spalle. La complicità umana tra i ragazzi ha fatto tutto il resto» è l’altro tassello fornito da Lippi. Che sul conto di Totti sostiene di essere stato «coerente, non coraggioso». «Non sono il tipo che dinanzi alle prime difficoltà può dire: no, tu non vieni». Motivazioni e coerenza, allora. Oltre al piano elaborato quando la strada apparve in discesa, «ma attenzione perché le autostrade sono spesso intasate» il suo distinguo polemico. «Lo dissi prima di affrontare la Repubblica Ceca: se vinciamo il girone, possiamo arrivare in semifinale. È andata proprio così» racconta il ct.
Alle viste di Berlino, il suo pensiero corre a Madrid ’82 più che a Pasadena ’94. «Perché questa squadra come quella ci arriva bene, fisicamente, sulle ali dell’entusiasmo, ha dentro la miscela giusta. Siamo stati anche abili nel non rischiare nessuna squalifica» è il suo riconoscimento, indiretto, a Gattuso. Pubblico, invece, quello a Cannavaro: «È il più bravo difensore di questo mondiale». I due si incontrarono nel ’92, a Napoli. «Mi ha aiutato conoscere gli altri della Juve, è vero. Quando sono arrivato in Nazionale, due anni fa, ho detto che avvertivo una magia: la squadra è cresciuta, maturata» conclude. Che la magia sia con lui. Almeno fino a domenica.