Lippi: «L’Italia non fa squadra Io sono qui per ricostruirla»

Il ct e il mondiale: «Non ho l’obbligo di rivincerlo. Ma voglio trovare lo spirito che questo Paese ha perso»

nostro inviato a Firenze

«Non sono tornato per rivincere il mondiale». Scodellata così, nella calura del museo di Coverciano, all'ora del pranzo e nell'attesa di Blatter, sembra quasi una resa clamorosa. Che non coincide perfettamente né con il personaggio, Marcello Lippi, né con l'evento, il raduno della Nazionale in vista dell'inizio del girone di qualificazione per Sud-Africa 2010 e la consegna dello scudetto mondiale. È tattica purissima come conferma più tardi il ct davanti al potente capo della Fifa. «Altro che Berlino punto di arrivo» puntualizza alla squadra che lo osserva stregata. «Anche dalle Olimpiadi è venuto fuori un risultato non esaltante per gli sport di squadra, il modello vincente restiamo noi» il passaggio successivo che non è lesivo delle altrui imprese. «Le prove della Idem o di Antonio Rossi rimasti fuori dal podio mi hanno molto colpito» la personale sintesi di Pechino che prelude a una conclusione piccante. «Siamo come l'Italia, con buone qualità ma incapaci di fare squadra. Ecco perché sono tornato, sono tornato per ricostruire quel clima unico che a Duisburg ci portò dritti dritti a Berlino» la vera dichiarazione di sfida lanciata da Lippi e ripetuta più tardi dinanzi allo scudetto mondiale appuntato sulla maglia azzurra. «Non dobbiamo rimirarcelo, ma ricordare tutti i giorni a costo di quali sacrifici arrivò il successo» la sua chiosa.
Perciò nell'attesa di Cipro e Georgia, i primi due passi verso il prossimo mondiale, Lippi richiama altri due reduci di Germania 2006, Cannavaro e Toni. «Non Materazzi cui ho spiegato il motivo: non volevo avere nello stesso raduno due difensori reduci da infortuni» la motivazione ad personam. Non vale per Ambrosini e finalmente si capisce perché: è una questione anagrafica. Di azzurri tosti e collaudati, bastano e avanzano quelli con la coccarda color oro al petto. Gli altri, Ambrosini tra questi, devono lasciare il posto ai rampanti che premono dietro la porta. «Se non avessero avuto noie, avrei chiamato Montolivo e Giuseppe Rossi» la seconda notizia passata da Lippi al primo, vero raduno della sua seconda stagione. Il terzo nome, inciso a fuoco, sulla sua lista è quello di Mario Balotelli: «Mi impressiona per le qualità tecniche e fisiche» riferisce Marcello che in privato si lamenta solo dell'ambiente, «se continuano a chiamarlo Super Mario possono fargli solo del male», procurargli qualche vertigine. Solo su Cassano resiste una grande prudenza. «Se non ridiventiamo una squadra, non andremo lontani»: quello di Lippi è un chiodo fisso. Perciò c'è Gattuso, assente nel Milan e presente in azzurro.
Se un nervo resta scoperto, per il ct viareggino, riguarda Donadoni e quel giudizio («Non mi metterò in vetrina come fece lui») passato al Giornale. «Non credo che abbia detto una cosa del genere» risponde per poi togliersi il sassolino dalla scarpa: «Anche Donadoni ha fatto giocare Toni e Gilardino insieme, mentre io andavo in televisione...». Poi la cerimonia con Blatter, blandito da Abete e politicamente sostenuto da Petrucci, nella sua battaglia per limitare l'afflusso di stranieri. «Vai avanti nel richiedere 6+5, io ti sosterrò» gli fa sapere il presidente del Coni prima del fuori programma con Cannavaro. Studiato da un abilissimo regista.
Il capitano azzurro chiede al presidente della Fifa di riconsegnarli la coppa in bella vista alle sue spalle, «così spazziamo via le polemiche» spiega l'azzurro. «Non è mai troppo tardi per fare bene» la chiosa del colonnello svizzero, arrivato due anni dopo a Firenze e in pompa magna (al seguito tutto lo staff della federazione mondiale) per rimediare allo strappo della notte di Berlino (premiazione affidata a Johansson). Fine dello strappo e inizio di una nuova avventura che tra 2 anni ci porterà in Sudafrica. «Solo in caso di catastrofi naturali, cambieremo sede» chiude Blatter.