Lippi: «Se usciamo scappo di notte in barca»

L’allenatore si confessa: «Non mi preoccupa niente. Nemmeno la forma degli attaccanti. Ce la possiamo giocare con tutti gli avversari»

nostro inviato ad Amburgo
Un pensiero fisso, ossessivo. Ma uno e uno soltanto. Senza dubbi né incertezze. Il ct col chiodo fisso, Marcello Lippi, si presenta così all’incrocio del suo primo e ultimo mondiale: se trova il verde, passa e va oltre gli scogli di uno schianto senza precedenti, se incappa nel rosso della Repubblica Ceca son dolori. Per tutto il calcio italiano, non solo per lui. Perciò il giorno prima Marcello Lippi ha un pensiero fisso e ossessivo. «Dobbiamo passare, lo dobbiamo a noi stessi e a coloro che tifano per noi» è la sua anticipata dedica, volutamente asciutta, riservata al gruppo e ai tifosi che da queste parti non fanno mancare l’affetto e l’entusiasmo, l’appoggio autentico. Per pensare positivo, c’è bisogno di qualche appiglio, di un elemento concreto almeno. E il ct lo coglie al culmine dell’ultimo allenamento, su un prato spelacchiato (il primo di un mondiale perfetto quanto alla moquette), settanta minuti in tutto, dieci minuti oltre il tempo massimo concesso dalla Fifa, e il delegato si presenta puntuale per chiedere il rispetto del protocollo. «Ho colto uno spirito diverso tra gli azzurri, ho visto una intensità nel lavoro che mi fa ben sperare» è la convinzione di Lippi. «Sono sicuro che ripeteremo la prova positiva col Ghana, e le tante altre partite incoraggianti disputate in due anni» insiste martellando sull’argomento. E se per caso qualcuno, una collega svedese, per caso eccepisce, «ma scusi, prima degli Usa, non disse le stesse frasi?», beh il ct scatta come una molla per invocare la testimonianza della platea. Corregge.
Gli esperti di psicologia applicata ai gruppi sostengono che questa tecnica è una delle strade per raggiungere il traguardo prefigurato. Pensare, con tutte le proprie forze ed energie, a una sola cosa, chiudendosi, metaforicamente, in una stanza buia, senza luce e senza tentazioni d’altro tipo. Senza ascoltare, per esempio, i consigli o i suggerimenti che gli arrivano dallo spogliatoio, quei discorsi di Cannavaro, il capitano, sul ricorso al vecchio, caro 4-4-2 che è meno audace dell’attuale schema, con due punte e un tre-quartista col serbatoio semivuoto. «Io parlo molto con loro e loro ascoltano me, io parlo con tutti, non solo con i senatori» aggiunge quasi per far capire che non è il tipo da lasciarsi condizionare dagli umori dei suoi. Se la strada è questa, meglio affrontarla senza cambiamenti, specie nel pomeriggio decisivo. Con una sola concessione alla scaramanzia.
Dinanzi al rischio effettivo di tornare a casa, respinto dalla fase più importante del mondiale, Lippi oppone una vecchia gag sulla barca. «Ho già detto ai miei amici che appena cominciava la stagione del “dentro o fuori”, avrebbero dovuto accendere i motori della barca, si parte di notte» racconta col sorriso che diventa un ghigno appena rammenta le polemiche arrivate fino al porto di Viareggio. «La barca che ho io non è da miliardario, nonostante le cose dette e scritte sull’argomento» l’appendice che ha il sapore di un conto da regolare. Uno dei tanti. L’altro, per esempio, è quello relativo a De Rossi, al mancato confronto col reprobo. «Vi tolgo una curiosità, ho parlato con lui il giorno dopo Kaiserslautern, gli ho spiegato che il brodo era la risonanza negativa del suo gesto, che non deve più succedere, perché ha una carriera davanti» il rapporto. L’ultimo è il suo futuro, ormai scritto, via dalla nazionale qualunque cosa accada. «Io non confermo e non smentisco, non devo dire niente sull’argomento, c’è una sola persona con cui discutere, il dottor Abete» spiega. Chi vuole capire, capisca. Specie il professor Guido Rossi che oggi torna in Germania dopo aver saltato la seconda, con gli Usa.
Il ct con il chiodo fisso non si concede distrazioni. Né per spiegare scelte tecniche impegnative, né per inseguire il duello con Nedved, né, infine, per promettere attenzione all’altra sfida che si svolge in contemporanea, Ghana-Usa. «Se mi chiederanno il risultato all’intervallo glielo dirò» spiega. Ci sono cento motivi per scollinare la Repubblica Ceca, alcuni sono qui, gli altri possono anche diventare superflui. «Perché ci abbiamo sempre creduto, perché fin qui abbiamo sfruttato il 60% del lavoro svolto, perché, dopo aver visto tante sfide, ce la possiamo giocare con tutti gli avversari» è la conclusione che gli permette di tornare dentro quella stanza buia, al chiuso, a pensare a una sola cosa per volta, alla qualificazione e basta. «È preoccupato per la forma degli attaccanti?» gli chiedono. «Io non sono preoccupato di niente» assicura. E si alza di scatto, come per voler tornare subito in quella stanza.