Liquidazioni la partita vinta dal Prc

Facciamo fatica a trovare nella legge finanziaria e nel decreto che l'accompagna, le intenzioni che il Governo aveva annunciato nel Documento di programmazione solo due mesi fa. Lì si diceva che sarebbe stata una legge concettualmente «rivoluzionaria», che avrebbe avuto come faro la crescita dell'economia e del Prodotto lordo perché così anche il controllo dei conti pubblici sarebbe risultato più agevole; che il risanamento sarebbe avvenuto principalmente dal taglio della spesa pubblica in modo strutturale con eliminazione di enti inutili o doppioni di apparati burocratici; e che il fisco, cioè le tasse, avrebbero avuto il compito residuale di trovare i soldi che mancano.
Ed invece eccola qui la politica economica del primo Governo di centrosinistra della legislatura: è esattamente il contrario. Fatti i conti, i 33,4 miliardi di euro di manovra complessiva vengono per l'85-90% dalle tasche dei cittadini italiani con tasse, imposte, contributi, ticket decisi da enti locali, Inps e Regioni (13 dal Fisco, 10,3 dalla previdenza, 6-7 da prelievi decentrati); al rilancio della crescita dell'economia e della competitività, che doveva essere la priorità n.1, andrà appena il 10% del totale (il 60% della metà del cuneo fiscale annunciato), diventa cioè l'ultima delle priorità; infine, ed è ciò che più brucia, c'è un esproprio delle liquidazioni da gestire che nasconde un deficit occulto e richiama alla mente quel modo di operare con scippo che subimmo nel 1992, quando il Governo Amato sottrasse nottetempo per decreto il 6 per mille dai conti correnti dei risparmiatori.
Ma serve al Paese una legge finanziaria ed una politica economica come queste?
La vicenda del Tfr è emblematica perché dà il segno del modo di governare. Ci riferiamo naturalmente ai 5,5 miliardi di euro del Trattamento di fine rapporto (Tfr), il 50% delle liquidazioni attualmente gestite dalle imprese che vengono forzosamente spostate nella gestione sindacale dell'Inps. Il che, è come se qualcuno domani entrasse in casa nostra e decidesse che la gestione del nostro portafoglio la fa lui e non più noi, per legge. Una lesione, crediamo, del principio di libertà, di autonomia, una presenza invasiva dello Stato in faccende private, come sono le liquidazioni, che non a caso sono gestite da sempre dalle imprese, sulla base di un accordo con i sindacati. Può farlo il Governo? Il Parlamento può naturalmente tutto ciò che è conforme alla Costituzione, ma intanto va segnalato, a futura memoria, che quando governa il centrosinistra l'accordo tra le parti sociali conta meno, la concertazione pure, e si agisce per legge. Nella decisione c'è poi anche la conferma di una scelta di campo: benché nessuno si sia mai lamentato della gestione delle imprese, il Governo decide che le liquidazioni è meglio che le gestiscano i sindacati attraverso l'Inps. Qualcuno ha chiesto ai lavoratori se nutrono analoga fiducia? Ma oltre alle questioni etiche ci sono anche quelle contabili. È stato giustamente osservato che non possono figurare tra le entrate dello Stato 5,5 miliardi di euro (le liquidazioni) che sono in realtà un debito verso i lavoratori. Il Governo lo ha fatto superando con la fantasia persino il concetto di finanza creativa. L'Europa boccerà questa fantasia, ma già oggi, trattandosi di un debito che passa da un titolare all'altro, quei 5,5 miliardi non possono essere considerati come parte dei 33,4 della manovra complessiva che scende, dunque, a circa 28 miliardi, guarda caso proprio quello che meno di una settimana fa Rifondazione Comunista chiese al ministro dell'Economia. Ed allora sorgono altre domande: chi ha voluto il passaggio dal Tfr all'Inps? Rifondazione Comunista. E chi ha voluto salvare i pensionamenti anticipati per anzianità del 2007? Ancora Rifondazione Comunista. E l'aumento dei contributi sui lavoratori dipendenti? Sempre Rifondazione Comunista.
Ed allora è possibile che ci sia un filo che lega tutto ciò; un asse politico non visibile che puntella Palazzo Chigi, Rifondazione e la sinistra radicale, ovvero il premier e Bertinotti i quali, forse per autoconservazione reciproca, segnano la cifra della politica economica di questo Governo e beneficiano alcune grandi imprese che producono automobili e elettrodomestici a danno di tutti gli altri. Che faccia bene a loro non c'è dubbio. Che faccia bene al Paese, è tutto da dimostrare.