Da «Lisa» a «Pepito» il pop vintage vissuto solo un’estate

In un libro (con cd) le «canzoni balneari» dimenticate dal tempo

Ma è davvero utile rivangare, nientemeno, in un libro le canzonette che bearono le spiagge di quarant’anni fa, prima di sparire come il «povero commediante» evocato da Shakespeare per bocca di Macbeth, che «si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblio»? Solo che Shakespeare resta nei secoli, mentre Lisa dagli occhi blu, Ho scritto t’amo sulla sabbia, Stessa spiaggia stesso mare non sopravvissero che poche settimane. E tuttavia ben venga questo Ballarono una sola estate, sottotitolo Meteore della canzone italiana negli anni Sessanta, autore Alberto Tonti, editore Rizzoli, prefatore Gianni Mura, cidì accluso.
Ma sì, rievocare il versante più friabile dei fecondissimi Sessanta serve, se non altro, a mostrarci che anche nella canzone solo il genio è garanzia di durata - non finiranno mai, i nostri nipoti e pronipoti, di misurarsi con Dylan, Hendrix, De André, De Gregori, Battiato - mentre alla futilità non è dato che sfarinarsi, dopo avere alitato per un attimo. Non senza averci regalato, ammettiamolo, qualche istante di piacevolezza, fine ultimo di quella deperibile escrescenza del consumismo canoro che siamo soliti chiamare «canzone balneare».
Dunque eccoci a rifare la conoscenza di Rocco Granata, meccanico cosentino trapiantato in Belgio, che vede la sua Marina dominare le classifiche del ’60, incisa in centotrenta versioni diverse. Nello stesso anno nascono Il cielo in una stanza, Senza fine, Sassi, Arrivederci, Il nostro concerto, ma milioni di bagnanti sono lieti d’apprendere che «mi sono innamorato di Marina/una ragazza mora e assai carina». O di sentire il violinista classico Piero Trombetta, altra meteora di quell’anno, imitare Buscaglione col suo Kriminal tango, un milione di copie nella sola Germania. Intanto il rocker mantovano Roberto Sanni narra d’una sua fiamma che «portava solo due pezzettini ini ini di bikini/che coprivano da qui fino a qui», e a sua volta trionfa per subito dileguare.
È in questo clima che un famoso settimanale s’inventa un bislacco Parlamento della canzone, le cui finalità sfuggono ma che include un Movimento juke-boxista (Mina, Celentano, Dallara, Di Capri), un Partito musical-moderato (Milva, De Angelis), un Partito della restaurazione melodica (Pizzi, Villa, Tajoli, Consolini) e un Partito estremista dell’urlo (Ghigo, Guidone e chissà perché Donaggio, Tony Renis, Little Tony). Ma intanto Cocky Mazzetti spopola col cha cha cha Pepito, che qualche frescone definisce «il minuetto del ventesimo secolo», e da qui si passa al ’62 con l’umbratile Abat-jour di Henry Wright, moretto del New Jersey, nonché col Cha cha cha della segretaria di tale Michelino, batterista foggiano. Poi, se il ’63 balneare ci regala un capolavoro intramontabile, la paoliana Sapore di sale, non ci risparmia però la Stessa spiaggia stesso mare del bagnino Piero Focaccia, né l’Amore scusami del giornalista Paolo Occhipinti, cantante pro tempore col nome di John Foster.
E così, passo passo, si arriva alle sagre estive del divertimentificio canoro (il Discoestate, che pure battezza il De Gregori di Alice, e il Festivalbar), e a un fiume di motivetti provvisori che sommergono l’intero decennio. Certo, spicca nel novero qualche artista di vaglia: Alain Barrière con Vivrò, tradotta da Gino Paoli, Mauro Lusini con C’era un ragazzo, Michele con Susan dei marinai, autori Bardotti e, occulto, De André, Ugolino con Ma che bella giornata. Ma il resto è Andiamo a mietere il grano, della procace calabrese Louiselle, Ho scritto t’amo sulla sabbia di Franco I e Franco IV, Lisa dagli occhi blu di Mario Tessuto e Bandiera gialla di Gianni Pettenati: che peraltro, pronubi Arbore e Boncompagni, riuscì a diventare simbolo della montante marea beat.