L'islamico "buono" decapita la moglie

Quando è nata nel 2004, Bridges Tv, nel senso di «ponti», aveva un obiettivo ambizioso, che oggi suona in tutta la sua falsità: affermare la comprensione fra culture e popoli diversi, diventare una forza unificante per aiutare gli altri a comprendere il nostro mondo, attraverso l'educazione e l'intrattenimento, contribuire al superamento dei pregiudizi degli americani verso gli islamici, intensamente e giustificatamente forti dopo l'11 Settembre del 2001. Oggi sul sito web della televisione tutte le certezze sono oscurate da un testo unico che esprime grande tristezza per la morte della cofondatrice e chiede rispetto per il dolore privato della famiglia. Alla faccia della promozione della civiltà dell'islam, differente ma altrettanto valida di quella occidentale, l'altro fondatore della rete televisiva ha decapitato la moglie e socia, colpevole di aver denunciato il marito per violenza domestica e subito dopo di aver chiesto il divorzio. L'uomo, quarantaquattro anni, fiero esponente della comunità musulmana di Buffalo, nello Stato di New York, per capirci dove stanno le cascate del Niagara, aveva aperto una televisione specializzata in programmi musulmani in lingua inglese con la moglie. Ha avvisato lui stesso la polizia che lo ha naturalmente arrestato, ma non ha ancora trovato l'arma del delitto, dettaglio non trascurabile visto che la povera donna è stata decapitata, secondo l'interpretazione più tradizionale del Corano, quale giusta punizione delle donne fedifraghe, delle donne che osano denunciare le sevizie inferte loro dagli uomini. Il corpo della vittima, Assiya Zubair Hassan, di 37 anni, è stato trovato nella sede della Bridges Tv a Orchard Park, dove la donna continuava a lavorare. Muzzammil Hassan ha chiamato la polizia di Buffalo e ha riferito di aver ucciso la moglie, Assiya Hassan, trentasette anni. Il 6 febbraio la donna aveva chiesto il divorzio dopo aver denunciato di essere regolarmente picchiata dal marito, e la polizia aveva diffidato Hassan dall'avvicinarsi alla loro casa di Orchard Park. La coppia aveva due figli, di quattro e sei anni, ma Hassan ha altri due figli, diciassette e diciotto anni, da un precedente matrimonio. È successo giovedì scorso, e la notizia non sarebbe probabilmente uscita dalle cronache di Buffalo news, se le donne della più importante associazione femminista americana, la Now, National organization for women, non avesse denunciato la scarsa attenzione data all'omicidio, a causa di quella che hanno definito «una cultura di subordinazione delle donne agli uomini», e «una sorta di versione terroristica del delitto d'onore». Proprio così, l'assassino ha agito perché la denuncia e l'abbandono della donna lo avevano disonorato, e solamente la vendetta personale, l'omicidio per decapitazione, potevano sanare la tremenda onta. Hassan ha agito seguendo la legge sacra di Maometto, e nonostante abbia chiamato lui stesso la polizia, non si ritiene colpevole, perché non accetta le leggi dello Stato che lo ha accolto e gli ha dato residenza e cittadinanza. Ad Assiya Hassan non è servita la protezione delle leggi e della forza legale di un Paese che l'aveva accolta, né il ricorso alla giustizia alla quale si era, da americana, rivolta fiduciosa. Per tutti e due, carnefice e vittima, non sono bastati né l'appartenenza a una fascia influente e benestante della società, né la scelta di occuparsi di informazione, addirittura con l'intento di avvicinare due culture fra di loro, a evitare che uno fosse un marito prevaricatore, violento e alla fine assassino, l'altra una donna maltrattata, seviziata e alla fine giustiziata. Il volto umano dell'islam si è mostrato nella sua nudità a Buffalo come fa in qualunque luogo d'Europa. La legge sacra deve essere superiore a quella di qualunque Stato sovrano, non c'è emancipazione che possa affrancare il credente dall'obbligo di obbedienza. Che dietro queste ragioni si nascondano agevolmente gelosia, possesso, volontà di dominio verso le donne, conta meno. Di questo dobbiamo ricordarci quando si improvvisano preghiere nelle nostre piazze, davanti ai nostri palazzi istituzionali e alle nostre chiese, prima che sia tardi sul serio.