In lista per il Pd a Roma un capo ultrà di destra

Il Partito democratico candida al VI municipio Paolo Arcivieri, il leader dei tifosi laziali finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulla tentata estorsione a Lotito. Poi fa retromarcia

da Roma

Da Alessandra Mussolini a Francesco Rutelli. Altro che il nostalgico Ciarrapico. Per rispondere al tanto vituperato ex presidente della Roma, il Partito democratico ha pensato bene di candidare un laziale doc, capo ultrà della tifoseria più nera che c’è, uno dei quattro «Irriducibili» sbattuti in galera nell’inchiesta sulla tentata estorsione al presidente biancoceleste Claudio Lotito. Lui è l’ex braccio destro della nipote del Duce: Paolo Arcivieri. Un nome noto e rispettato in curva, personaggio carismatico di un’area «comunitaria» che fa della lotta al sistema e delle crociate contro la pedofilia, ragioni di vita e di politica attiva. La candidatura del capo tifoso nelle liste del Pd al VI municipio, una volta certificata, è però implosa. Comicamente. Dopo aver fatto l’impossibile per avere Arcivieri e i voti dei supporter al seguito, il partito di Rutelli si è rimangiato la proposta di fronte all’ennesima, insopportabile, stilettata dai cugini della Sinistra arcobaleno: «Una follia puntare su chi è stato già candidato alla Camera con Alternativa sociale». «Una follia candidare anche il suo amico Stefano Carletti, al II municipio, commentatore sportivo vicino agli ultrà laziali, simpatizzante di destra». Così, la faccia e la toppa, l’ha dovuta mettere il coordinatore del Pd romano, Riccardo Milana: «Sì. Annunciamo il ritiro della candidatura di Paolo Arcivieri con il Pd per il sesto municipio. Tale candidatura è incompatibile con il codice etico del Partito democratico e lo stesso Arcivieri ha rinunciato formalmente alla candidatura della stessa». Incompatibile non lo era poi tanto, almeno fino all’altroieri, quando gli emissari romani del Pd ancora insistevano con l’avvocato di Arcivieri affinché convincesse il suo assistito ai domiciliari ad abbracciare la causa veltroniana dell’arca di Noè sulla quale imbarcare tutti: forcaioli e cultori dello Stato di diritto, impresentabili, teodem e radicali, operai e padroncini, Visco e l’anti-Visco (vedi Calearo), laziali e romanisti, antifascisti ed eredi del Ventennio. Una scelta coerente fino all’altroieri, e per certi versi coraggiosamente garantista, se è vero che proprio per lo spropositato trattamento giudiziario riservato ad Arcivieri e ai suoi tre colleghi tifosi, avevano ripetutamente protestato noti esponenti del centrosinistra, dal radicale Sergio D’Elia al verde Paolo Cento. Una scelta fortemente voluta nonostante le profetiche parole pronunciate l’11 marzo a Firenze dal numero due del Partito democratico, Dario Franceschini: «Con Ciarrapico continua la deriva a destra. Noi non abbiamo fascisti in lista. Il Pdl dice di parlare al mondo moderato e poi ha certi tipi di persone in lista». Una scelta rivendicata fino all’altroieri senza tener conto della sparata a Ferrara dell’ex sindaco, ora candidato premier: «Nelle liste di una forza democratica non ci può essere chi rivendica il fascismo».
Va detto, a scanso di equivoci, che Arcivieri è stato sì al fianco di Alessandra Mussolini ma non si è mai professato fascista. È agli arresti domiciliari per la vicenda Lotito, ma la sua posizione si è fatta via via meno complicata. Nel processo sui presunti spionaggi dell’entourage di Storace, è addirittura parte lesa per esser stato pedinato e intercettato. Centri sociali, verdi, comunisti italiani, Rifondazione comunista lo dipingono, al contrario, come il prototipo del cattivo maestro che fa proseliti allo stadio e dai microfoni della sua gettonatissima radio pensando di essere sul balcone di piazza Venezia. Da diciotto mesi mesi, però, Arcivieri non può arringare le folle. E anche adesso che il suo nome è sulla bocca di tutti, tanto che ieri sera è riecheggiato nei cori delle opposte fazioni del derby, non può dire la sua sul corteggiamento del Pd. L’avvocato gli ha suggerito toni bassi. Lui ha risposto «va bene». Salvo sussurrare: «Ma che c’entro io se dopo tutto quello che ho fatto per la destra, sono stato abbandonato mentre questi del centrosinistra sono stati gli unici a ricordarsi di me?».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it