«La lista di Romano? Avrebbe il 5%» Rutelli contestato dai fan del leader

L’incontro a Milano: in sala partono fischi e mugugni

Guido Mattioni

Dice di non amare la politica dei sondaggi, Francesco Rutelli, perché sono fuorvianti. «Dipende tutto da come vengono poste le domande», afferma. Ma subito dopo, un sondaggio lo tira fuori dal cilindro con consumata disinvoltura, a suo uso e consumo. «Io ne ho visto uno, di sondaggio, che attribuisce alla lista Prodi un 5,5%». Ovvero ben lontano da quell’ingombrante - per lui - 18,8% che alcune rilevazioni attribuiscono alla lista del leader dell’Ulivo. E rincara, Rutelli: «Se chiedessimo agli italiani: “votereste una lista Ciampi?”, avremmo il 110%. Ma il compito della politica è un altro ed è la mia supplica: costruiamo una politica che non duri solo con i sondaggi, che non duri solo il giorno delle elezioni».
È salito a Milano, ieri, il leader della Margherita, ospite dell’associazione Libertà e Giustizia nel grande «salotto» nero funereo dello Spazio Krizia. Ma il suo atterraggio, di fronte a una platea che vedeva in prima fila un parterre eterogeneo - dall’architetto Gae Aulenti all’ingegner Carlo De Benedetti con signora - non è stato del tutto morbido.
Sì, l’applauso della platea in netta prevalenza ulivista scaturisce facile facile, quando l’ex sindaco di Roma afferma stentoreo che «la priorità è battere Berlusconi». Ma fischi e mugugni non gli vengono risparmiati a più riprese, mettendo più volte in difficoltà anche la conduttrice, la giornalista Sandra Bonsanti. Come quando Rutelli spiega e difende la sua scelta di presentare da solo il simbolo della Margherita nella quota proporzionale del 25%. «Lo fa Rifondazione, lo fa la Lega, perché se lo facciamo noi deve essere considerato una rottura?». Proprio la parola che in tanti avevano lì pronta. E tirarla fuori è un attimo. «Lo è, lo è una rottura», tuona un vocione meneghino dal fondo.
E di fischi, pur se sovrapposti agli applausi della claque «margheritica», ne arrivano anche quando Rutelli risponde alla provocazione della conduttrice che gli chiede se il suo partito ci sarà anche domani, visto che una parte sembra intenzionata a raggiungere il centro con Casini e Follini. «In Italia - è stata la sua replica - c’è un centrodestra e un centrosinistra. Se qualcuno parte con una casacca e arriva con un’altra, inganna gli elettori. Noi siamo nel centrosinistra, il nostro scopo è che sia un centrosinistra equilibrato. Ma nel centrosinistra c’è Bertinotti e io voglio fare un’alleanza con Bertinotti. Il che però - e qui fiocca qualche mugugno - non vuol dire un partito unico da Bertinotti a Mastella. Siamo centro-sinistra, non sinistra-centro, sennò perderemmo».
Rutelli, gli va dato atto, non si fa intimidire e non si tira indietro. E così difende anche a spada tratta, di fronte a una buona fetta di pubblico laico e quindi palesemente «ostile» nei suoi confronti su questo punto caldo, la scelta di sostenere l’opzione astensionistica al referendum sulla fecondazione assistita. Lo fa portando a suo conforto il programma dell’Ulivo del 2001, in cui si legge che la situazione delle pratiche di procreazione artificiale in Italia «va sottoposta a controllo, oggi del tutto assente». Forse non convince tutti, ma recupera abilmente rispondendo a una domanda su quale fine farà a questo punto la legge 194 sull’aborto. «Lo dico qui, segnatevelo - è la sua risposta -. La 194 non si deve toccare e per quanto mi riguarda non sarà toccata. E se dovesse essere toccata io mi opporrò».
Ma è il fantasma (o il santino?) di Prodi, quello che aleggia nel salone milanese e che viene invocato a piè sospinto dalla maggioranza del pubblico. Ad agitarlo, con una domanda che preannuncia come «tosta» è anche Riccardo Sarfatti, l’uomo senza volto (i suoi manifesti erano così) che aveva sfidato Roberto Formigoni alle ultime regionali lombarde. Domanda volta a sondare in Rutelli e nei suoi l’intenzione di cambiare leader dell’Ulivo, «un cambio che costituirebbe un grave rischio di suicidio». Interrogativo aggirato elegantemente e ad effetto dall’ex deputato radicale con l’annuncio che «penso che ci vedremo con Prodi, mi auguro già domani. L’obiettivo è di evitare la scissione, che sarebbe una cosa assurda». Applauso. «Ma dobbiamo concludere entro questo mese la discussione sul “come” e poi partire a testa bassa per decidere il “cosa”, ovvero i programmi. Ma bisogna fare in fretta, perché c’è poco tempo», aggiunge. «No non c’è più tempo», gli ribattono dal pubblico. E implorano: «Unità, unità».

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