Lista unica, la Margherita ora teme di sfiorire

Roberto Scafuri

da Roma

Avendo reciprocamente mangiato pane e cicoria, alla Margherita ora fanno a fidasse, come direbbe Francesco Rutelli. Eufemismi accompagnano la «svolta a U» del partito investito dal Tir giallo di Prodi. E Rutelli, seppure malconcio, riesce a conquistarsi l’approvazione all’unanimità della sua manovra d’azzardo.
Avendo inventato il mostro Prodenstein (copyright Tremonti), Ds e Margherita ora cercano di costruirgli una gabbia capiente. Imboccano la strada che li porterà alla lista unitaria alla Camera: un accordo «tecnico» sotto l’egida della grande operazione politica.
Avendo osteggiato i progetti di Prodi per due anni, i due Golia sono stati messi d’accordo dal miracolo delle primarie. Ma il riallineamento rapido di Ds e Dl sotto lo stellone prodiano ha sapore amaro per i piccoli davide dell’Unione. A loro restano i moniti del gallo Brenno, guai ai vinti!, e dell’italico Totò, arrangiatevi!
Che succede nell’Unione? Cambia tutto per cambiare il meno possibile. Fassino lo dice all’Espresso: «Non mi innamoro delle parole, vogliamo chiamarlo Partito democratico? Va bene, purché ci intendiamo su che cos’è: una forza riformista e non moderata-centrista. Non chiedo a Rutelli di lasciare i liberal-democratici europei e non c’è ragione per cui i Ds lascino il Pse». La cosa non è affatto semplice, tanto da giustificare il titolo di Liberazione di ieri: «Ma come mai i Ds (maggior partito italiano) si suicidano?». Già, come mai? Veltroni ha chiesto di «non arroccarsi», altrimenti è meglio non partire, D’Alema sospetta («Non si passa in due soli giorni dalla competition al partito unico»), Angius chiede la «moratoria». Mussi e Salvi, sinistra interna, promettono battaglia: «Bisogna ripassare da un congresso». Non era già stato fatto?
Ma l’uomo che bloccò il treno in partenza, da ieri mattina, è un bello e bravo guaglione. C’è la direzione dl, e Rutelli scarica le colpe sul destino: «Nel giro di una sola settimana, due eventi di prima grandezza hanno impresso un cambiamento radicale al sistema...». La legge proporzionale e le primarie impongono la svolta. E proprio lui che aveva rivendicato l’identità, butta sull’orizzonte «un appuntamento che la Margherita aveva deliberato di proporre agli elettori ben prima...». Anzi, di più: «La Margherita è nata per consentire all’Ulivo di diventare in prospettiva quello che io chiamo Partito democratico... Si comincerà con gruppi federati e con un più stretto processo di cooperazione politica tra Ds e Dl nel Parlamento europeo». Beata coerenza.
In un passaggio, però, Rutelli torna in sé: «Nel momento in cui affrontiamo il mare aperto con quest’orizzonte, non possiamo certo indebolire la nostra nave e tanto meno abbandonarla...». Alla fine della relazione, racconta il senatore Manzione, «una strana atmosfera» si diffonde in direzione. «Tutti erano perplessi... C’è stata una frenata e un inizio di retromarcia». Così, mentre Franceschini e Castagnetti vengono spediti a cantare le lodi del nuovo orizzonte, Marini ricorda che «sciogliere la Margherita ora sarebbe un disastro». Ai prodiani non resta che fare buon viso: Parisi si accontenta del «cammino ripreso nella direzione giusta», Santagata apprezza con realismo: «Certo, le sfumature restano, non siamo diventati improvvisamente un monolite...». Monaco ancora più realista: «È una svolta da approfondire, abbiamo il dovere di assicurarci che ci siamo capiti bene, che abbiamo compreso ciò di cui si tratta...». C’è acre odore di cicoria e Monaco sospetta tre volte tanto: «A me pare tutto sommato una svoltina...». Sperando che non abbia preso una «o» per una «e».