L'Italia dei muli e quella dei furbi

La sola parola, "sciopero", è piuttosto urticante. Di questi tempi, più
che ad una sana rivendicazione da parte dei più deboli, ci ricorda i
capricciosi dell'Alitalia. Ma se lo sciopero diventa fiscale il suo
sapore migliora...

Vediamo di capirci per bene. La sola parola, «sciopero», è piuttosto urticante. Di questi tempi, più che ad una sana rivendicazione da parte dei più deboli, ci ricorda i capricciosi dell'Alitalia. Ma se lo sciopero diventa fiscale il suo sapore migliora. Ieri Massimo Calearo, leader della Federmeccanica, un gruppo di industriali tosti che se la devono vedere con interlocutori seri, ha detto una cosa semplice: «Lo sciopero fiscale è uno shock. Però a mali estremi estremi rimedi». E ancora. «Quando si continua a caricare il mulo, alla fine anche il mulo cade. Bisogna ricordarsi che c'è un'Italia che lavora e un'Italia che vive su chi lavora».
Il fatto che le dichiarazioni di Calearo cozzino clamorosamente con quanto fatto dalla sua Confindustria (in ultimo la scandalosa firma insieme a Cgil&co all'accordo al ribasso sulle pensioni) è solo un dettaglio. Resta una presa di posizione netta, di un rappresentante di una fetta importante del nostro sistema produttivo.
Lo sciopero fiscale è la mossa di un disperato. Come nell'800 i lavoratori si organizzavano per vedere riconosciuta la loro «dignità» e per difendersi dagli «sfruttatori», così noi siamo costretti a «scioperare» da uno Stato che «vive su chi lavora». La posizione di principio dello sciopero fiscale è ineccepibile. E ha ragione Calearo a parlare di shock: questa protesta non può che essere un'arma estrema.
Quegli zucconi dei nostri palazzi assomigliano ai viaggiatori inglesi di Evelyn Waugh: se ne vanno in prima classe in Abissinia a pontificare sulle bellezze del deserto e attratti dai festeggiamenti per l'incoronazione di Ras Tafari. I loro giudizi sono fradici del loro snobismo da nullafacenti.
Ma insomma qualcuno si rende conto che lo Stato italiano l'anno scorso si è permesso di spendere 750 miliardi di euro, più della metà della nostra ricchezza? Non ci si venisse a dire che lo sciopero fiscale danneggia i più deboli. E no, signori. Lo sciopero fiscale danneggia i nullafacenti, distrugge quell'impalcatura di aiuti e camarille su cui si regge il nostro Stato corporativo. Di questa montagna di quattrini, 150 miliardi sono spesi in pensioni e altri 100 in sanità. Restano 500 miliardi: quattrini prelevati dai contribuenti e mal gestiti dai funzionari pubblici. 200 miliardi (caro Bossi) vengono spesi dagli enti locali, e i risultati sono anche più disastrosi.
Lo sciopero fiscale è l'arma, dicevamo, di un disperato. I più attrezzati sono riusciti a scappare con armi e bagagli. Il caso di Valentino Rossi è esemplare. Ma come giudicare Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb, che si è trasferito a Londra con i 700 milioni di plusvalenza realizzati vendendo la sua società agli svizzeri? E con lui la fascia più ricca e mobile della nostra popolazione. Alcuni hanno direttamente costruito all'estero fabbriche e fortune. Per coloro che invece hanno ancora la voglia di amare e rispettare questo Paese, per i disperati incarcerati in questa prigione fiscale, l'ultima arma è quella dello sciopero. Almeno evocarla.
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