L'Italia repubblicana: 60 anni di comunicazione politica

Un fondamentale volume di Carlo Marletti tratteggia la storia del nostro Paese dal 1948 ad oggi attraverso le strategie dei media e le tecniche utilizzate per portare vicino ai cittadini l'arena e la discussione «parlamentare»

Sessant'anni di repubblica e sessant'anni di media. Di politica e di spettacolo. Di comunicazione. Di pubblico. Di messaggi trasmessi e di voci nel deserto. Carta stampata ed etere. Radio e telecomunicazioni. Poi arrivò anche internet. E ci si mise pure la rete. Ma non è di tecnologia che parla Carlo Marletti, docente all'università di Torino dove da sempre si occupa di comunicazione politica. Il suo lavoro più recente, «La repubblica dei media» (Il Mulino, pp. 153, euro 15), tratteggia una storia molto particolare dell'Italia repubblicana riassumendone gli eventi, senza l'ambizione di una ricostruzione tradizionale da histoire evenementielle, ma con l'intento di osservarne lo svolgimento in rapporto ai sistemi comunicativi che ne accompagnarono le fasi.
Si parte così dalle elezioni del 18 aprile 1948, le prime dopo il referendum, con un «dibattito» fatto di manifesti e comizi, per arrivare all'era delle televisioni, degli scontri faccia a faccia, dove i meccanismi sono ormai diversissimi e la contesa non risparmia i rivali. È guerra all'ultimo voto, è la volontà di entrare nel cuore e nella mente di ogni telespettatore, di conquistarlo alla causa, di far terreno bruciato intorno ai piedi dell'avversario. Comunicazione politica è anche e soprattutto questo e, nel corso degli anni, è cambiata radicalmente. I poster, si diceva. Affissi sui muri delle case, affissi in ogni spazio possibile. In ogni brandello di muro. Senza legge, senza regole. Uno slogan. Parole per colpire. Parole per far riflettere. Parole per provocare un ragionamento e suscitare un parere. Accordo e disaccordo.
Ma anche assenza di parole. Si pensi agli interminabili minuti di silenzio della protesta radicale del 1978 in occasione della campagna referendaria. Il tema era il bavaglio all'informazione e la verità, argomenti non completamente smaltiti ancora tutt'oggi. Quel silenzio era tuttavia un modo nuovo di trasmettere il proprio messaggio. A suo modo, di... comunicare. Venticinque minuti di silenzio davanti a una telecamera fissa su Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, imbavagliati e immobili. Erano gli anni dei dibattiti a Tribuna elettorale. Arene per gladiatori dall'eloquio penetrante. Con gli anni Settanta cantarono le armi. Emblema di un'epoca funesta fu il rapimento Moro, dove le immagini potevano più delle parole. Si ripensi al leader democristiano prigioniero con la copia del giornale sotto la bandiera delle Br, o la fotografia del suo corpo senza vita nel baule dell'auto in via Caetani. Poi fu l'era della politica spettacolo. Con regole diverse. Con strategie nuove. La spirale del silenzio teorizzata in Germania da Noelle Neumann veniva messa in crisi dallo scoppio di Tangentopoli che diede la stura al profluvio di quelle opinioni tenute sommesse per anni e poi provocatoriamente esplose davanti alla caduta degli uomini simbolo della Prima repubblica.
La politica come una sorta di catarsi che libera il cittadino da quei lacci che lo tenevano imprigionato nelle proprie paure e nel conformismo ideologico da cui si è sentito improvvisamente sciolto. E siamo agli anni della politica come merce da «vendere», telegenia applicata alla diffusione del prodotto. Tecnica di management applicata alla strategia delle idee. Siamo all'oggi, a contratti sociali modello soddisfatti e rimborsati. A scontri politici all'americana dove i candidati leader si sfidano in una guerra all'ultimo telespettatore.
Questa è la Repubblica raccontata da Marletti in un libro interessantissimo e avvincente che pecca solo nell'autoreferenzialità abbondante in cui indugia il docente, puntuale nel rimproverare ai media informativi proprio la stessa autoreferenzialità vista come valenza e prestigio che ogni medium tende ad attribuire a se stesso.