L'Italia s'è rialzata: Berlusconi premier

Il Popolo della libertà straccia il Pd con 9 punti di scarto e conquista la maggioranza del parlamento. Trionfo della Lega Nord, terzo partito italiano. Cancellati Sinistra arcobaleno e Socialisti. L'Udc si ferma al 5,4%

Roma - Gli exit poll hanno ingolosito Veltroni e i suoi. Per qualche attimo, con gran batticuori, si son visti sul gradino più alto del podio, anche se soccombenti di poco come coalizione. Son bastate un paio d’ore, l’arrivo delle prime proiezioni e il quadro è cambiato in modo radicale: il Popolo della Libertà ha raggiunto il 47,2%, staccando di 9,1 punti percentuali il centro-sinistra in Senato e il 46,7% alla Camera, con un vantaggio anche qui di 9 punti. Tradotto in soldoni (seggi) emerge una maggioranza che può contare su 34 seggi in più dell’opposizione a palazzo Madama e su oltre 60 seggi a Montecitorio. Di fatto Silvio Berlusconi è già a palazzo Chigi.

Ma il voto di domenica e di ieri ha detto di più e di meglio rispetto ai conati pessimistici che pure eran frullati a iosa negli ultimi mesi in tanti commenti sulla situazione politica: ha fatto emergere chiarissimamente la voglia degli italiani di un bipolarismo «vero» e ha spazzato via dalla scena una miriade di partitini e agglomerati che pure hanno contato moltissimo nell’ultima legislatura. Basti pensare che alla Camera, quando riaprirà, ci saranno al massimo 5-6 gruppi politici (Pdl, Pd, Lega, Udc, misto e forse il Mpa di Lombardo) rispetto ai 26 della scorsa legislatura, mentre al Senato saranno al massimo 4, visto che i 2 Udc eletti finiranno inevitabilmente assieme ai 2 sudtirolesi e al valdostano nel gruppo misto. I

Insomma, la tanto deprecata legge elettorale che «doveva » esser cambiata perché rischiava di riprodurre ingovernabilità, messa nelle mani della gente ha prodotto quasi magicamente quel «voto utile» rivendicato da Berlusconi, Fini, Bossi, Veltroni eDi Pietro. Paradossalmente se n’è accorto anche Casini che al Senato è finito in fuori gioco, dato che alla fine ha parlato di «risultato tedesco» che lui avrebbe preferito varare con una riforma.

E non è ancora tutto: le 23 ore in cui sono rimaste aperte le urne hanno fatto sparire dalla scena parlamentare Bertinotti e Pecoraro Scanio, gli uomini di Diliberto e di Storace, i socialisti di Boselli e i tifosi di Beppe Grillo. Se per qualcuno era scontato, per altri è stata una Caporetto inattesa: Rifondazione, innanzitutto. Bertinotti ed i suoi due anni or sono erano collegati col Pds e dunque hanno usufruito del premio di maggioranza, mada soli avevano toccato il 5,8% alla Camera, ben oltre l’asticella dello sbarramento al 4%. Stavolta, unitisi con Mussi, i verdi di Pecoraro e i comunisti di Diliberto non sono andati oltre il 3,6% nel voto per Montecitorio, clamorosamente spazzati via dagli elettori cui si erano rivolti ancora ieri, definendosi «ottimisti» sul risultato.

Ha giocato l’astensionismo? Poco, quasi nulla. Un 3% in meno di votanti (ha espresso la sua preferenza l’80,4% degli italiani e dunque una buona percentuale) come ha onestamente commentato il ministro degli Interni Amato a metà pomeriggio, è da considerare dato «fisiologico», tanto più che si è tornati al voto solo dopo 2 anni di una legislatura difficile, contrassegnata dalle liti e dalle risse nella coalizione di Romano Prodi. E dunque dalle urne - al di là della larga vittoria del centro-destra - emerge un clamoroso crollo della sinistra radicale e una tenuta affannosa del Pd. Veltroni sperava di doppiare quota 38%, e tra gli osservatori non eran pochi a pronosticargli grane se non avesse superato il 35. Ha strappato un 34 alla Camera (e un po’ meno al Senato) che certo non lo può soddisfare anche se ieri sera ha provato a sostenere che il centro-sinistra partiva da un meno 22% nei confronti del Cavaliere, che comunque il Pd ha ottenuto percentuali maggiori rispetto a Ds e Margherita nel 2006 e che dunque il suo impegno è stato più che premiato.

Soddisfatto in sostanza Veltroni (che ha telefonato a Berlusconi riconoscendo la sua vittoria e augurandogli buon lavoro) e più che contento Di Pietro per il suo risultato, ancor di più lo erano gli uomini del centro-destra che, senza l’Udc, hanno guadagnato 2,5 milioni di voti rispetto a due anni fa. Da villa San Martino il Cavaliere ha contattato Fini e Bossi per accelerare al massimo la formazione del governo che ha detto di avere «già in testa» e per scambiare con loro auguri e congratulazioni.

Tra gli ex di Forza Italia non se lo aspettavano un risultato positivo di questa portata. Anche Gianfranco Fini può dirsi confortato: la coppia Storace-Santanchè gli ha portato via davvero poco. Mentre Bossi ha potuto gioire di una crescita esponenziale della sua Lega in tutto il nord e in parte anche nel centro (vedi l’ottimo risultato in Emilia-Romagna). E proprio il gran capo della tribù del Carroccio - anziché mettersi a rivendicare il suo risultato - fin dalla prima apparizione tv ha tenuto ad azzerare i boatos che cominciavano a circolare nelle sedi degli sconfitti e che tendevano ad accreditare un successo mutilato per Berlusconi, di fatto «ostaggio» della Lega Nord: «Lui è un amico e con lui abbiamo costruito un programma. E noi siamo gente che mantiene la parola!», ha fatto sapere con decisione l’Umberto. Pareva dover essere un voto contrastato. Difficile. Con ampi margini d’ingovernabilità. Dalle cabine elettorali esce un’Italia bipolare, quasi bipartitica. E, stando alle prime dichiarazioni di Berlusconi e Veltroni, anche disposta a dialogare sulle riforme senza trincee. Ci si aspettava il peggio. Gli italiani, col loro voto, hanno ribaltato lo scenario. E ora attendono il cambiamento.