L'Italia Spa: 150 consiglieri da rinnovare

Nel 2011 si decidono i giochi per ridisegnare i vertici di molte grandi società pubbliche e private strategiche per il Paese. In lista anche Eni, Enel, Telecom, Poste e Finmeccanica. valgono il 15% del pil e danno lavoro a mezzo milione di persone

Milano - È la carica dei 150. Tanti so­no gli amministratori di società pubbliche - o private ma strate­gicamente legate alle politiche di Stato- che andranno rinnova­ti nella primavera dell’anno prossimo. Un esercito di ammi­­nistratori delegati, presidenti, consiglieri e sindaci in scaden­za, calcolati contando i posti nei cda in scadenza, più quelli delle società controllate maggior­mente significative. Centocin­quanta caselline che costituisco­no il tema economico­finanzia­rio numero uno nell’agenda del­la politica alla vigilia di una fase che potrebbe portare alla crisi dell’attuale governo.

Le scelte su questo spaccato determinan­te della Corporate Italia rica­drebbero entro i confini dell’at­tuale legislatura. Ma, in caso di governo tecnico o di elezioni, il destino cambierà improvvisa­mente. Questo è il tema econo­mico e finanziario principale in rapporto alla crisi politica: chi dovesse governare il Paese tra marzo e giugno del 2011 avreb­be un bel po’ di margine su cui operare. E anche un bel po’ di posti, posticini e strapuntini da distribuire. La partita si gioche­rà in quei mesi, prima del termi­ne della presentazione delle li­ste che devono essere pronte un mese in anticipo rispetto alle as­semblee, per lo più in agenda a fine giugno.

Di che si tratta? Di Poste Italia­ne, Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Telecom Italia, Edison. A cui si sommano le controllate di gruppo: diverse spa tra cui, per esempio, alcune quotate in Bor­sa come Ansaldo Sts o Saipem, e diverse anche non quotate. Par­liamo di qualcosa pari a un ter­zo della capitalizzazione della Borsa italiana, o del 15% del Pil, da cui dipendono quasi mezzo milione di dipendenti su tutto il territorio nazionale. Un potere enorme potrebbe passare di ma­no, secondo logiche al momen­to imprevedibili. Solo le Poste rappresentano un gruppo di 155mila lavorato­ri, distribuiti in oltre 14mila spor­telli (si pensi che l’intero siste­ma bancario ne ha 26mila). Un blocco sociale e senz’altro politi­co, di enorme rilievo, dunque. Che l’attuale gestione è riuscito a tenere in piedi senza pesanti politiche occupazionali. L’ad Massimo Sarmi, manager di estrazione «finiana», guida un cda di 5 membri, più tre sindaci. É l’artefice della ristrutturazio­ne del gruppo, da 9 anni in sella, pronto per il quarto mandato. Nel tempo la sua vicinanza a Fi­ni si è diluita con frequentazioni e apprezzamenti trasversali. Di certo si tratta di una posizione chiave, da cui dipenderà anche buona parte della sorte della Banca del Mezzogiorno, tanto cara a Tremonti, di cui Poste è capofila strategico, e la politica di concorrenza al sistema del credito, fatta da Bancoposta.

Con Eni, Enel e Terna si entra nel settore dell’energia, altro perno delle politiche di svilup­po nazionali. Si pensi alla guer­ra europea del gas, che il ceo di Eni (nel suo cda 9 consiglieri in scadenza, più 5 sindaci), Paolo Scaroni, con il pieno appoggio del governo Berlusconi, ha con­dotto in maniera innovativa sul fronte orientale e mediterra­neo, sull’asse Italia-Russia-Li­bia. Non senza suscitare qual­che apprensione al di là dell’At­lantico. C’è poi la partita del nu­cleare, altro pilastro energetico fortemente voluto dall’attuale governo, che oggi sta nelle mani dell’ad di Enel (altri 9 consiglie­ri, con 3 sindaci) Fulvio Conti, e che andrà messo in piedi pro­prio con il prossimo mandato. Per non parlare delle energie rinnovabili, e di quelle tradizio­nali. E del futuro della rete, gesti­ta da Terna ( 9+3), società guida­ta da un manager vicino al cen­tro- destra, Flavio Cattaneo, la cui abilità ne ha fatto un candi­dato pronto a giocare un ruolo importante nella partita delle nomine: la vulgata lo vedrebbe all’Enel,con Conti che passereb­be all’Eni. C’è poi lapartita Finmeccani­ca, influenzata dalle vicende giudiziarie di questi mesi.

Il suo presidente e ad, Pierfrancesco Guarguaglini, lotta per un rinno­vo non facile. E dal futuro asset­to d­i Finmeccanica dipende l’in­tera filiera dell’aeronautica, civi­le e militare, italiana. Selex, Agu­sta Westland, Alenia Aeronauti­ca sono le controllate da cui di­pendono altre milionarie com­messe del gruppo, rilanciato proprio da Guarguaglini fino a farne, anche attraverso grandi acquisizioni come la Drs negli Usa, uno dei grandi player inter­nazionali. Va da sé che il grovi­glio di interessi nazionali è di prim’ordine, nella partita Finmeccanica, società che in tandem con l’Eni contribuisce a impostare la stessa politica este­ra italiana. Ci sono anche società non pubbliche i cui destini dipende­ranno comunque da eventuali nuovi assetti di governo. T

ele­com, per esempio, con un cda di 15 membri in scadenza: con­trollata dal pool Generali-Me­diobanca- Intesa, la società di tlc che controlla la rete è guidata da Franco Bernabé. Da Tele­com dipende, tra l’altro,il desti­no del terzo polo tivù di La7, che con il Tg di Mentana ha trovato un nuovo peso politico. Oltre al pool finanziario di cui sopra, una quota rilevante è detenuta dagli spagnoli di Telefonica. Per questo il rinnovo o meno di Ber­nabè significa anche decidere a quale manager affidare il futuro della rete e della stessa proprie­tà di un gruppo che dà lavoro a 73mila dipendenti: una scelta che i grandi soci prenderanno autonomamente, ma sarebbe ir­r­eale pensare che i destini di Te­lecom non dipendano anche dall’inquilino di Palazzo Chigi e dai suoi rapporti con la grande finanza e, dunque, la coppia Ce­sare Geronzi e Giovanni Bazoli. Discorso in parte analogo an­che per Edison (13 membri in cda), società attiva nell’energia e con un ruolo nel nucleare ven­­turo, il cui assetto dipende dal rapporto con il socio Edf, parte­cipato dallo Stato francese e dunque coinvolto nelle com­plesse partite bilaterali tra Ro­ma e Parigi (come per esempio l’Alitalia).