L'Italia taglia i ponti con il rìs "Il trattato non esiste più"

La Russa certifica la fine dell'accordo con Tripoli. E il premier: "gheddafi non ha più il controllo: non si può stare a ghuardare"

Roma - Il futuro della Libia non appartiene più al Raìs. La conferma arriva anche dal governo italiano che, con Silvio Berlusconi, fotografa il momento della feroce guerra civile in corso a Tripoli, chiude qualunque spiraglio di dialogo e dichiara chiusa la lunga era del Colonnello, sempre più isolato dalla comunità internazionale.
«Sembra che Gheddafi non controlli più la situazione» dice il premier, intervenendo al congresso del Partito Repubblicano di Francesco Nucara. Parole che risuonano mentre il ministro della Difesa Ignazio La Russa annuncia che il trattato con la Libia «di fatto non c’è più» e il presidente del Senato Renato Schifani si augura che «l’Unione europea e la comunità internazionale intervengano al più presto per evitare che questo sterminio possa continuare». Con un elogio della democrazia e un attestato pubblico in aula di «solidarietà al popolo libico» accolto da un applauso bipartisan del Senato.
Nei giorni del caos libico, in realtà, nessuno si spinge a dispensare certezze o ad azzardare opinioni sugli scenari futuri nel Mediterraneo. Berlusconi, ad esempio, precisa che al momento «nessuno può prevedere cosa accadrà» perché «se le aspirazioni di libertà del popolo libico e dei popoli arabi tutti vanno sostenute non solo a parole ma con atti concreti, va detto che per noi il futuro è pieno di incognite gravi», poiché «potremmo avere sulle sponde del Mediterraneo Stati liberi e democratici ma potremmo anche trovarci» di fronte ad un «pericoloso integralismo islamico» e a una «emergenza umanitaria senza precedenti». «L’Italia è coivolta più di ogni altro Paese» prosegue il premier. «Quel che è certo è che «non possiamo restare spettatori, né l’Ue né noi. Se tutti siamo d’accordo, possiamo mettere fine a un bagno di sangue devastante e sostenere il popolo libico». Infine, Berlusconi si sofferma su quanto è stato prodotto dall’opposizione in termini di polemiche riguardo i rapporti tra Italia e Libia negli ultimi anni: «È desolante dover assistere alle polemiche di questi giorni. Una classe politica seria dovrebbe cercare e trovare gli elementi che uniscano, di fronte ad una situazione simile. Di fronte alle tragedie della storia una classe dirigente seria si deve unire e non continuare ad avvitarsi in polemiche mediocri e in un teatrino che non abbassa il sipario nemmeno davanti alle tragedie».
Sempre sulla questione Libia, il premier, nel pomeriggio, riceve una telefonata dal segretario generale delle Nazioni Unite. Una conversazione durante la quale Berlusconi e Ban Ki-moon condividono la «necessità di porre termine alle violenze sui civili e alle violazioni del diritto umanitario e internazionale, e di garantire un futuro di stabilità e integrità della Libia». Il premier sottolinea anche il ruolo centrale delle Nazioni Unite nel promuovere una reazione efficace della comunità internazionale, sottolineando l’impegno dell’Italia a cooperare per una soluzione rapida e pacifica della crisi».
Sullo sfondo restano vive le preoccupazioni per nuove possibili, impetuose ondate di immigrati diretti verso le nostre coste. «Di fatto il trattato Italia-Libia (che venne firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 ndr) non c’è già più, è inoperante, è sospeso» dice il ministro La Russa che assicura che se l’Europa deciderà sanzioni contro la Libia l’Italia aderirà e che sarà possibile, come proposto dal ministro inglese della Difesa Fox, organizzare un vertice Nato a Napoli. «Per esempio - ha sottolineato La Russa - gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata». «Consideriamo, dunque, probabile che siano moltissimi gli extracomunitari che possano arrivare in Italia. Di fronte a questa situazione non si può pensare che con una sorta di egoismo l’Europa del nord lasci sola l’Europa del sud. Vanno bene le sanzioni e la condanna, ma poi l’Europa si deve fare carico anche dell’emergenza perché da quanto sta accadendo dipendono gli assetti economici futuri e gli approvvigionamenti energetici dell’intero continente».