Lite nei Democratici: "Candidiamo Al Gore"

La guerra tra Obama e la Clinton rischia di consegnare la Casa Bianca a McCain. E il partito pensa a un golpe bianco che imponga il Nobel

Washington - Domanda multipla: mettete una crocetta accanto a una di queste tre risposte: a) è un pesce d'aprile, b) è uno scoop destinato a a far pubblicità al personaggio, c) è una cosa seria, l'inizio di una complessa operazione politica con lo scopo di salvare uno dei due partiti Usa da una lotta fratricida e consegnare all'altro la Casa Bianca. Le tre opzioni hanno in comune il protagonista: Albert Gore, ex vicepresidente, candidato alla presidenza più sfortunato che sconfitto, premio Nobel, premio Oscar, ecologista di grido e di cattedra. Il partito da salvare è ovviamente quello democratico, il pericolo cui strapparlo è un’«agevole» vittoria del candidato repubblicano John McCain. Il motivo è davanti agli occhi di tutti: il duello all'ultimo sangue fra Hillary Clinton e Barack Obama che rischia di finire nel modo politicamente più cruento.

Si parlava di Gore fin da prima che la maratona delle primarie cominciasse. Se ne riparla in media una volta ogni due mesi. Ma mai seriamente come oggi. I potentati del partito si starebbero davvero impegnando in una sorta di golpe a fin di bene: costringere Barack e Hillary a «fare pace», ovvero a ritirarsi entrambi dalla gara, sotto la minaccia di essere buttati fuori. Una ipotesi quasi romanzesca a questo stadio della campagna, ma cui pare si dedichino adesso diversi pezzi grossi dell'establishment che si nascondono dietro due sigle: una associazione che consiste essenzialmente di un sito Internet (algore-08.org) e di uno slogan da campagna ancora più anodino, «We», Noi. Però il settimanale Time gli ha dedicato la copertina di questa settimana. Il candidato continua a negare di essere disponibile, ma il suo «no» non è granitico, almeno se si prende per buona la risposta che si ottiene visitando quel suo sito: «Albert Gore non ha l'ambizione di candidarsi, ma non ha neanche deciso di non correre. Il nostro scopo è convincerlo a farlo gettando le fondamenta di un movimento che lo porti alla Casa Bianca».

Nessun candidato alla presidenza nella storia americana è arrivato tanto vicino alla Casa Bianca. Accadde nel fatidico anno 2000, quando bisognò aspettare dal primo martedì di novembre fin quasi a Natale per sapere chi aveva vinto i delegati della Florida. Toccò a George Bush, dopo una serie pressoché infinita di ricorsi e controricorsi alla magistratura, fino alla Corte Suprema, per 525 voti. Gore in totale ne aveva ottenuti un milione e mezzo di più del rivale. Se dovesse scendere davvero in gara non si presenterebbe a chiedere di essere eletto bensì «rieletto».

Se mettesse davvero il piede fuori, lo poserebbe in un campo minato. Né Barack Obama né Hillary Clinton dimostrano la benché minima disponibilità a ritirarsi dalla gara ed entrambi hanno buone ragioni aritmetiche. Obama è in testa sia nel conteggio che vale «moralmente» sia in quello che conta praticamente, i delegati. Ha ottenuto finora nelle primarie democratiche 700mila voti più della rivale e ha 1.243 delegati contro 1.212. Anche i superdelegati, quelli non eletti e quindi liberi di decidere, si vanno orientando a uno a uno verso di lui, ultima la senatrice Amy Klobuchar del Minnesota, penultimo il suo collega Casey della Pennsylvania. Ma il traguardo è quota 2.000 e nei non molti Stati in cui si debbono ancora svolgere le primarie Hillary potrebbe rivelarsi più forte. In Pennsylvania, dove si voterà il 22 aprile, e forse anche in Indiana (6 maggio). Non si vede però come la Clinton possa arrivare alla maggioranza. Per questo molti la spingono a ritirarsi «per il bene del partito». Lei ha dimostrato ormai ampiamente di anteporgli le proprie ambizioni e il proprio orgoglio. Contribuisce più di ogni altro al duello con le frecce avvelenate delle ultime settimane, che ha danneggiato entrambi ma più lei di lui. I sondaggi su scala nazionale danno Obama in vantaggio di una decina di punti fra i democratici. Quello più importante, per il voto di novembre, è stato condotto dal Wall Street Journal e dice che Obama batterebbe McCain di due punti mentre McCain, sempre per due punti, batterebbe la Clinton. Tanta incertezza affina l'appetito. Dei contendenti e, forse, anche di chi finora ha voluto rimanere spettatore.