Liti, antipatie, gelosie: il governo come un condominio

Roma - «Siamo una squadra fortissimi» dice sempre Monti, parafrasando Checco Zalone, nel parlare dei suoi ministri. Un «governo strano», lo ha definito alla Merkel, ma in grado di fare quello che nessuno avrebbe potuto fare. Potenza dei tecnici: tutti bravi, tutti seri, tutti (o quasi) al di sopra di ogni sospetto. Un esecutivo «strano», si diceva, ma non fino al punto di essere immune da mali umani ma storici: gelosie, diffidenze reciproche, rivalità e incomprensioni. L’ultimo screzio in termini di tempo si è registrato tra il superministro Corrado Passera e il supersottosegretario Antonio Catricalà. Motivo del contendere la limatura del decreto sulle liberalizzazioni, oggi in dirittura d’arrivo. Ci sono norme da togliere e da inserire, commi da smussare e da inasprire: e i due che dicono la propria. Vince Passera, accusato dall’altro di avergli in qualche modo scippato la regìa delle modifiche. A far da mediatore il ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero, ascoltatissimo da Monti.

Ma non c’è stato e non c’è soltanto lo scontro tra Passera e Catricalà. Quest’ultimo, potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di recente aveva dovuto affrontare le doglianze di un altro ministro: il Guardasigilli Paola Severino. Motivo della protesta sempre il decreto sulle liberalizzazioni, che va a toccare gli ordini professionali sotto la sua vigilanza. Il ministro della Giustizia non aveva infatti nascosto la sua ira nel sapere dai giornali che la bozza di decreto avrebbe modificato pure l’ordine degli avvocati. «La delega al riordino degli ordini è mia», avrebbe lamentato, constatando che il ritocco alle tariffe minime degli avvocati non poteva essere fatta senza il suo «nulla osta».

Fretta, scarsa collegialità ed eccessivo personalismo sono le maggiori critiche che si rinfacciano a vicenda i ministri. Un caso analogo a quello del ministro Severino era toccato alla collega titolare del Welfare, Elsa Fornero. La quale, impegnata a calibrare la delicatissima riforma sul mercato del lavoro, un giorno aveva scoperto dai giornali che nella bozza del governo si affrontava il nodo spinosissimo dell’articolo 18. Un putiferio: ci rimase male e rivendicò che sul dossier doveva lavorarci lei e soltanto lei. Troppo delicata la questione per permettersi fughe in avanti o indietro, specie con i sindacati sul piano di guerra. E dire che era stata lei, in un’intervista, a parlare di «totem» da eliminare. E fu polemica a non finire. In più, per quanto riguarda il metodo, a mettere becco sulla tormentata trattativa fu sempre Passera, scettico sulla strategia della collega. L’ex banchiere avrebbe infatti mostrato tutte le sue perplessità sulla decisione della Fornero di parlare con i sindacati attraverso incontri bilaterali, rispetto al più tradizionale metodo della concertazione.

Un altro screzio da segnalare riguarda il duello in atto tra il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri e quello della Cooperazione e integrazione, Andrea Riccardi. Quest’ultimo avrebbe voluto le deleghe sugli immigrati, di competenza del Viminale, mentre il ministro degli Interni non sarebbe disposto a cederle. In più, la Cancellieri avrebbe attinto circa 2 milioni di euro da assegnare ad alcune associazioni proprio dai fondi previsti per la «Missione immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti». Roba di Riccardi, insomma.