Liti, veleni e coltelli Per i premi il 2007 è stato un anno senza pace

Meno contano e più litigano. I premi letterari scendono al livello di risse da pollaio o da cortile, per quanto condite da intonazioni che vorrebbero salvaguardare l’aplomb previsto dagli appartenenti alle classi colte. È tutto un «caro Giuliano», «caro Guido», «cara Rosanna» e così via, e poi vai di coltello e di veleno, di sospetto insinuante o aperta acrimonia. È tutto un graffiarsi dietro le quinte, tirarsi i capelli e farsi i dispetti, finché qualcosa trapela all’esterno e allora, come per magia, anche il Premio riacquista un suo senso mediatico.
In questi giorni è la volta del Grinzane Cavour. Il critico, cattedratico e storico del teatro Guido Davico Bonino se l’è presa con Giuliano Soria, il padre padrone del Premio, un’istituzione culturale che negli ultimi anni si è espansa fino a diventare una specie di impresa che sforna riconoscimenti a getto continuo, collocandoli ai quattro angoli del pianeta, da New York a Montevideo, da Salamanca alla originaria Torino, dove si trova la sede operativa. Simbolo del Premio è il Castello di Grinzane, nelle Langhe, a ridosso di Alba, provincia di Cuneo. Il professor Bonino ha scritto dunque al professor Soria: «Fa sempre un bell’effetto evocare le origini contadine, ma dal momento che vivi da molti anni nel consorzio civile, ciò non ti esime dal rispetto della dignità delle persone, e dal praticare regole di buona educazione». Questo perché il professor Soria lo aveva escluso dalla giuria senza comunicazione formale. «Avvicendamento naturale», ha risposto il professor Soria. «Forse ho sbagliato a non avvisarlo, ma mai avrei immaginato che la prendesse così male». Il critico, dopo tre lettere infuocate, ha deciso di rendere pubblico l’intero carteggio, così che ciascuno possa giudicare. Ma che cosa c’è da giudicare?
Non c’è premio senza rissa. Nel 2007 lo «Strega» era già deciso prima dagli editori. Il «Viareggio» ha prodotto le dimissioni di quattro giurati, diciannove pagine di recriminazioni on line, e innumerevoli sui giornali (nessuno sa chi lo abbia vinto). Al «Campiello», Carlo Fruttero è stato beffato da una «giuria popolare» che ha definito composta da «lettori medi, o medio bassi». Ma insomma, se almeno i libri premiati vendessero molte copie... Non è così. Ogni Premio gira su se stesso come un motore in folle. Produce al massimo strilli e fascette di copertina che vorrebbero fare da blasone al libro, ma non lo scollano dallo scaffale del negozio. Dunque, più litigano, meno contano.
In tutto ciò il «Grinzane Cavour», più che a un agone letterario, assomiglia a un tour operator. Anche i bilanci di un’attività simile devono essere tutt’altro che scheletrici. Perché il «Grinzane», è un premio enciclopedico: presta il marchio agli «Scrittori in vendemmia», a «Scrivi il paesaggio del vino», al «Premio Grinzane Civiltà della Montagna». Senza trascurare i «Giardini Botanici Hanbury», «Scrivi il paesaggio dell’olio», e via elencando. Ed è giusto ricordare che i mecenati siamo anche noi, i cittadini, nella forma della Regione Piemonte, della Città di Torino, della Provincia di Torino e di tre ministeri: Attività Culturali, Esteri e Istruzione. Insomma, venirne esclusi è seccante, questo lo capiamo. Però, per favore, non chiamatela Premiopoli. Polis non vuol dire scandalo, vuol dire città. E città è, per etimologia, parola affine a civiltà.
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