Da Little Bighorn a Standing Rock La storia tragica delle tribù Sioux

La protesta contro l'oleodotto, che minaccia le risorse idriche della riserva, è fallita. Dopo aver decimato, derubato della lingua e della religione i pellerossa, Washington continua a calpestarli

Marzio G. Mian

Il Grande Spirito della prateria ha gli occhi malinconici del vecchio Victor Douville, Shooting Cat III, storico della cultura Lakota alla Sinte Gleska University: «Siamo divisi. I nostri rappresentanti al Senato non si parlano, le tribù non si parlano. Le generazioni non si parlano. Stiamo ancora trattando con Washington la restituzione delle Black Hills, le terre sacre per i Lakota Sioux espropriate dopo la nostra vittoria a Little Bighorn. I vecchi vogliono la terra, otto milioni di acri, i giovani vogliono il denaro, un miliardo di dollari. Il materialismo ci sta rovinando e le nostre divisioni autorizzano l'uomo bianco a non mantenere i patti, come accade con Trump a Standing Rock». Toro Seduto l'aveva capito. Sulla sua tomba tra gli sterpi nella riserva di Standing Rock, vicino a Mobridge, c'è una lapide con la sua celebre frase: «Quale accordo fatto con l'uomo bianco hanno rotto i Lakota? Nessuno. Quale accordo ha rispettato l'uomo bianco fra quelli fatti con i Lakota? Nessuno».

Il Grande Spirito, sette generazioni dopo, ha lo sguardo triste e implacabile della sua nipotina, la principessa Hanna Reddest, Cigno Bianco, 15 anni. «Secondo le profezie, la mia dovrebbe essere la generazione della nuova speranza - dice - Ma quel che vedo è depressione, alcol, metanfetamina, suicidi, materialismo. C'è tanta energia negativa». Racconta che l'80% delle famiglie nelle riserve vive il flagello della meth, la droga arrivata negli ultimi cinque anni con i cartelli messicani. Che ogni settimana nella nazione indiana un teenager se ne va: «Ho perso tanti amici, quasi venti nell'ultimo anno».

Standing Rock, per i Sioux, doveva essere la nuova Little Bighorn, tutti i popoli Lakota uniti contro l'affronto dell'uomo bianco. Sull'onda delle proteste, in dicembre Obama - forte della sua debolezza di presidente uscente - aveva sospeso la costruzione della Dakota Access Pipeline, progetto da quasi quattro miliardi di dollari che deve portare mezzo milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del North Dakota all'Illinois. Obama aveva accolto la richiesta della Us Army Corps of Engineers, l'agenzia che sovrintende il sistema fluviale e idrogeologico, per uno studio d'impatto ambientale. Quindi, come previsto, Trump ha invece dato il via libera alla ripresa degli scavi e la protesta dei nativi s'è spostata nei giorni scorsi a Washington con annunci di sabotaggi e di un confronto a oltranza.

L'oleodotto è interrato per 1770 chilometri, manca solo l'ultimo tratto, quello contestato dai pellerossa. Un primo progetto era già stato modificato, prevedeva il passaggio dell'oleodotto dai giacimenti di Williston - a Ovest del North Dakota - verso Est e l'attraversamento della condotta sotto il Missouri poco a Nord di Bismarck, la capitale dello Stato. Ma i rischi ambientali («per i bianchi di Bismarck», accusano i Sioux) con un eventuale incidente nel grande fiume avevano fatto deviare gli scavi a Sud e avviato il cantiere per il passaggio del petrolio sotto il lago Oahe, a ridosso della riserva indiana di Standing Rock. La tribù dissotterrò l'ascia della protesta e in poche settimane sulla Piana delle Aquile s'accamparono migliaia di nativi provenienti da tutto il Paese per opporsi a una decisione che non li aveva coinvolti e che metteva in pericolo le falde acquifere.

Ma la lotta dei Sioux di Standing Rock è subito stata cavalcata da tutti gli oppositori del ricco viso pallido appena eletto alla Casa Bianca, sostenitore delle compagnie petrolifere e dell'autosufficienza energetica degli Usa: ambientalisti, Greenpeace, anarchici, membri dell'organizzazione Black lives matter, vip liberal del mondo dello spettacolo, veterani in cerca di guai, nostalgici di Bernie Sanders e ovviamente la carovana degli antagonisti anti Trump sono tutti arrivati dalle metropoli nella grande prateria a sfidare i federali in diretta tv. Mettendo in crisi la ritrovata unità della nazione indiana. «Da secoli non conoscevamo tanta armonia ed euforia», dice Dave Archambault II, chairman dei Sioux nel suo negozio di alimentari a Cannon Ball, nella riserva. «Poi sono arrivati loro e tutto è cambiato, non era più la nostra lotta, i loro slogan non c'entravano nulla con noi. Usavano tecniche di provocazione che non appartengono al nostro mondo. C'erano diecimila dimostranti, molti cercavano l'arresto come un trofeo. Non volevo che ci scappasse il morto, e ho detto che dovevano andarsene». Così Dave è stato subito accusato di essere a libro paga delle compagnie petrolifere, di vendere la sua gente. Anche tra le tribù storicamente nemiche dei Sioux, come i Cherokee, ha cominciato a serpeggiare la maldicenza: «Mi chiamavano DAPL Dave», cioè uomo della Dakota Access Papeline. «Io volevo che la battaglia fosse la nostra, presidio a oltranza sì, ma soprattutto battaglia legale». Il ricorso di Dave si basava sulla storica sentenza federale del 1975 che stabiliva che «mai più nella Storia americana verrà presa una decisione unilaterale che possa disonorante le genti della Grande riserva Sioux».

Dave racconta che molti bianchi cercavano la guerra. «Ma noi sappiamo che dopo la vittoria di Little Bighorn venne la grande oppressione, arrivarono massacri, abbiamo perso tutto ciò che avevamo. Dicevo: andate via ragazzi, non sfidate l'Fbi». Secondo il capo del consiglio Sioux, le ragioni dei manifestanti bianchi hanno oscurato quelle della nazione indiana e incrinato «un momento storico di unità e riconciliazione».

La sconfitta di Standing Rock nell'alto Missouri è solo l'ultimo capitolo del triste declino dei Lakota Sioux. Una storia di marginalità e soprusi subiti. Sempre a causa dell'acqua. Nel dopoguerra Roosevelt pianificò, a partire dal Sud Dakota, un gigantesco sistema di dighe. Sei mega-sbarramenti, da Garrison fino a Fort Peck in Montana: il Muddy Mo, il fiume che secondo i pionieri era troppo denso da bere ma non abbastanza da dissodare, venne addomesticato e trasformato per decreto in turbina nazionale. Si sarebbe governata la navigabilità, ridotto il rischio di piene, creato un sistema d'irrigazione, avviata l'industrializzazione del West e prodotta tanta energia. Tutti obiettivi falliti. Nel 2006 sul fiume hanno viaggiato solo 180mila tonnellate di merci, l'equivalente di un giorno lungo il Mississippi. La grande piena del 2011 che ha colpito Pierre, Omaha e Kansas City dimostra che addomesticare tutto il fiume è impossibile. Gli americani sono bravi a trasportare petrolio, ma non l'acqua. I giganteschi bacini che occupano il 35% del corso del fiume sono alla fine diventati una destinazione turistica. «Ma chi ci ha rimesso di più sono i Sioux», dice Clay Jackinson, docente di studi umanistici alla Bismarck University, uno che ha votato Trump. «Le dighe sono state la peggiore offesa fatta nel Novecento dagli americani ai pellerossa. Le hanno collocate dove facevano il minor danno ai bianchi e il peggiore agli indiani; sono stati allagati cimiteri, villaggi, sentieri di caccia sacri». Dice poi: «Li abbiamo decimati, derubati della lingua, della religione, della terra, gli abbiamo ucciso quattro milioni di bisonti, abbiamo tagliato loro i capelli in ogni modo abbiamo cercato di farli sparire ma loro si sono rifiutati di diventare indiani bianchi. La loro resilienza, alla faccia della conquista, è la cosa più incredibile accaduta in 250 anni in America».

Ma forse non è finita. Perché il clima cambia e anche il Missouri non è più quello d'un tempo. Per i Chiwere era il fiume «delle grandi canoe»; oggi di chi è? Il governo federale chiede ai capitribù di quantificare il fabbisogno d'acqua delle riserve per pianificare una ripartizione in caso di prolungata siccità, ma per gli indiani l'acqua non si può possedere, come non si possiede il cielo o il sole. Si rifiutano di sedersi a un tavolo dove ci si spartisce il Missouri. E così si decide senza di loro.