Litvinenko, ricatto di Mosca: ora indagheremo su Londra

Cinico gioco di Putin per ottenere il rinvio in Russia del suo arcinemico

È quasi una guerra personale tra Putin e Blair, che il capo del Cremlino conduce con lo stesso spregio delle convenzioni internazionali già mostrato in occasione della crisi con l’Ucraina. Nemmeno l’imminente uscita di scena del premier britannico è servita a rasserenare una relazione che era amichevole fino a un paio di anni fa e che, dall’assassinio a Londra del dissidente Litvinenko, è diventata di aperta disistima. Il 23 novembre scorso l’ex spia del Kgb morì dopo essere stata avvelenata con il polonio-210. Prima di spirare Litvinenko aveva trovato la forza di indicare il nome del suo probabile omicida, Andrei Lugovoi, un ex collega, con cui si era incontrato in un hotel londinese.
Normale, per Londra, chiederne l’estradizione, anche perché tracce di polonio erano state trovate nelle stanze d’albergo da lui frequentate e sugli aerei da lui presi in quei giorni. Insomma, gli indizi erano assai solidi. Se anche non fosse il killer, di certo è bene informato sulla vicenda.
E invece no. Mosca dapprima ha rifiutato l’assistenza giuridica, poi lo stesso Lugovoi ha ribaltato il quadro con accuse tanto audaci quanto inverosimili. A uccidere Litvinenko non sarebbe stato l’Fsb (erede del Kgb), ma il servizio segreto britannico Mi-5, che aveva assoldato il defunto ex agente russo e che aveva cercato di reclutare anche lo stesso Lugovoi. «L’avvelenamento non sarebbe potuto avvenire fuori dal controllo dei servizi britannici», ha dichiarato quindici giorni fa l’imprenditore ed ex collaboratore del Kgb in una conferenza stampa. «Se non sono stati i servizi speciali ad averlo ucciso, allora l’omicidio è stato realizzato sotto il loro controllo o con il loro consenso». A suo giudizio, Litvinenko fu reclutato dai servizi britannici ma «sfuggì al loro controllo» e «per questo fu eliminato».
Ora un nuovo colpo di scena: la procura russa ritiene le accuse di Lugovoi credibili; tanto credibili da avviare un procedimento penale contro ignoti per spionaggio. Insomma, la faccenda si fa seria e mira a coinvolgere uno dei personaggi più controversi della Russia post-comunista: il miliardario Boris Berezovsky, che è arcinemico di Putin, che era grande amico di Litvinenko e che, recentemente, ha pronosticato l’imminente caduta del «clan del capo del Cremlino», naturalmente grazie a un’operazione occulta da lui finanziata.
Berezovsky vive in esilio a Londra e da tempo il presidente russo cerca un pretesto per indurre il governo britannico a rispedirlo in patria. La mossa di ieri mira a convincere Londra a sbarazzarsi di colui che non porta alcun beneficio agli inglesi e che, al contrario, rischia di rovinare le relazioni tra i due Paesi. Berezovsky, infatti, - sempre secondo le accuse di Lugovoi - sarebbe in combutta con i servizi segreti britannici, che lo avrebbero incaricato di raccogliere materiale compromettente su Putin.
A questo punto è probabile che l’inchiesta si concluderà con la scoperta di «prove» che dimostreranno le responsabilità dell’Mi-5 e, dunque, con l’apertura di un’imbarazzante crisi diplomatica con la Gran Bretagna. Fuori dalla Russia nessuno crede che Litvinenko possa essere stato ucciso dagli inglesi, né che Berezovsky sia un informatore; ma per Putin questi sono dettagli trascurabili. Il capo del Cremlino cerca pretesti per ricorrere a un argomento persuasivo che ultimamente sembra prediligere: il ricatto. Lo ha usato nei confronti dell’Ucraina, della Georgia, della Bielorussia; ora tocca alla Gran Bretagna. Downing Street è avvisata.