Liverpool, rotto il muro di omertà: preso il baby-killer del piccolo Rhys

Avrebbe sparato per errore all’undicenne. La causa della disputa era una ragazzina

Liverpool - Di mezzo ci sarebbe una ragazzina. Una banale lite per una fidanzata, finita nella guerra delle baby-gang che si è trasformata in una tragedia nazionale. Per questo sarebbe stato ucciso Rhys Jones, all’età di undici anni. Paralizzato dalla paura, dopo aver sentito i primi due spari, il ragazzino si è trovato nel mezzo di un regolamento di conti, inchiodato alle sue gambe, allenato alle partite di calcio ma non alla violenza dei suoi coetanei, non ce l’ha fatta a scappare e l’ultimo sparo, quello mortale, lo ha colpito alla nuca.

È passata una settimana dalla sua uccisione in un parcheggio di Liverpool, a pochi passi dal campo di calcio dove Rhys trascorreva i pomeriggi del doposcuola, e una soffiata ha portato gli investigatori sulle tracce del killer, il baby-killer che nell’Inghilterra dei teenager vocati all’alcol e alla pistola facile, ha ucciso un bimbo di undici anni. Dopo dieci arresti, sei ragazzini ancora sotto osservazione (quattro sono stati rilasciati senza accuse), ieri sono scattate le manette per un ragazzo di quindici anni. Sarebbe lui l’adolescente incappucciato che in sella alla sua bicicletta ha sparato con la freddezza di un adulto, senza scrupoli e senza remore, anche quel terzo colpo di pistola che ha ucciso il piccolo Rhys.

Dopo lo choc e lo sdegno, l’Inghilterra vuole conoscere il volto del baby-assassino e gli inquirenti, in una massiccia operazione di polizia che sta coinvolgendo una cinquantina di agenti e una decina di cani segugio, ora cercano affannosamente l’arma che potrebbe inchiodare l’assassino. Il ragazzino si sarebbe disfatto della pistola gettandola a poche centinaia di metri dal parcheggio del pub in cui è avvenuta la sparatoria. E a inchiodarlo sarebbe stato un testimone chiave. Un uomo a cui Dave Kelly, responsabile dell’operazione di polizia, si è rivolto ieri, elogiando il suo coraggio e chiedendogli di farsi vivo nuovamente: «Ci ha fornito informazioni preziose. Voglio ringraziarlo, è stato molto coraggioso. Vogliamo che si metta nuovamente in contatto con noi e potrà parlare direttamente con me, lo aspetto», ha detto Kelly.

Perché da quando Rhys è morto è la prima volta che qualcuno rompe il «muro di silenzio» - così lo hanno ribattezzato gli investigatori - che ha avvolto questa storia. Un segno tangibile che il terrore delle baby-gang, le minacce e le probabili ritorsioni, spaventano adulti e bambini nella città dove da almeno tre anni è in corso una guerra feroce tra gruppi di adolescenti rivali. Per questo qualche giorno fa, in un appello commovente e disperato, Melanie e Stephen, i genitori di Rhys avevano lanciato un appello alla città e ai genitori del baby-killer: «Noi abbiamo perso il nostro mondo e il mondo ha perso un bravo ragazzo. Qualcuno da qualche parte deve sapere chi ha commesso un simile atto. Per piacere, si faccia vivo».

E martedì il calcio inglese ha voluto offrire il suo tributo al piccolo Rhys, regalando alla famiglia e ai tifosi un momento unico: dopo che i giocatori dell’Everton, una delle due principali squadre di Premier League della città, hanno depositato sul luogo del delitto una divisa ufficiale e una corona di fiori con i colori del team preferito dal ragazzino, anche i rivali del Liverpool, l’altra squadra di punta, nelle qualificazioni di Champions League con il Tolosa, hanno ricordato il piccolo intonando “Johnny Todd”, l’inno degli avversari, per la prima volta nello storico stadio di Anfield. Nell’anarchia delle gang in guerra, almeno il calcio per un giorno, ha dimenticato le rivalità.