ll Milan non riesce più a battere nessuno

Una traversa di Pirlo e un gol annullato a Inzaghi nella stessa azione,
ma i campioni d’Europa giocano male e a nulla serve un "regalino"
dell’arbitro. Penalty "generoso" per un involontario tocco di mano di Edusei

Milano - Nessuna consolazione stilistica, questa volta: il Milan gioca male, molto male rispetto a Palermo e pareggia, con demerito assoluto. Nessun alibi, questa volta: l’arbitro, che pure non è un fulmine di guerra, non incide in modo pesante sul risultato come accadde a Farina, invece. Nessuna scusa per gli episodi di segno contrario: rigore decisivo a parte (l’1 a 1 di Kakà), il Milan colleziona in attacco una traversa di Pirlo e un gol annullato a Inzaghi nella stessa azione, oltre a un destro del brasiliano capocannoniere (4 centri) deviato da Polito in angolo. Come si capisce al volo si tratta di un fatturato modesto, da squadra di basso rango non certamente in traiettoria con chi porta sul petto lo stemma del campione d’Europa in carica. E non è il solo deficit del Milan di ieri che si ritrova, dopo sei turni di campionato, a meno 7 dalla vetta e dall’Inter, che è una coincidenza non di poco conto. Contro un Catania non certo irresistibile, si colgono tutti i difetti, i limiti e le contraddizioni del Milan attuale che si possono e si devono riassumere per comodità di discussione. Problema numero uno: fisicamente il Milan sembra una squadra svuotata anche perché nel frattempo, allarmato da taluni cedimenti, Ancelotti continua a spremere le pedine-chiave dello schieramento (Pirlo, Seedorf, Kakà, Gattuso). Problema numero due: i ricambi utilizzati, come a Siena e contro il Parma, specie in difesa, non forniscono le garanzie richieste. Ieri tocca a Cafu e Favalli per esempio tradire tutta la precarietà determinata dall’età dei due. Problema numero tre: in attacco, la formula di uno o due attaccanti assistiti dalle due muse non funziona granché. E non solo perché dopo 540 minuti i centravanti a disposizione di Ancelotti (Inzaghi e Gilardino) sono ancora a secco, zero in profitto. Il gioco rende al massimo se realizzato a velocità sostenuta: se invece tradisce cadenze meno serrate, allora vengono fuori la bravura di Terlizzi nel gioco aereo e della difesa siciliana nel chiudere ogni varco utile.
Per capire meglio il ritardo clamoroso del Milan dalla vetta però bisogna approfondire meglio i tormenti della difesa che non si possono leggere in controluce solo con le amnesie di Dida o di Kalac, suo sostituto a Palermo e ieri. No, c’è dell’altro. Per esempio le modalità con cui l’armata berlusconiana subisce gol a San Siro: è già accaduto con la Fiorentina, col Parma e col Catania, tre indizi di solito costituiscono una prova. Il disegno tattico delle azioni è sempre lo stesso: superiorità numerica dei rossoneri, l’affondo rivale decentrato che fa sgranare il reparto, pallone sul primo (Pisanu) o secondo palo (Mutu e Martinez) e castigo garantito. Sul conto di Ancelotti possiamo mettere una infelice intuizione, aver scelto per il centrocampo Ambrosini, poco utile per una partita da comandare, lasciandolo a riposo nella ripresa. Con una punta (Inzaghi nel primo tempo) o due punte (si aggiunge Gilardino nella ripresa) il risultato cambia di poco. È il gioco nel suo complesso che non decolla, è la condizione fisica che tende al ribasso mentre basta, al Catania di Baldini, scegliere con intuito tattico le posizioni sul prato milanese, per togliere spazio al rivale accreditato e rendere il suo attacco, pieno di affanni, scontato. Anzi scontatissimo.
La sorpresa del Catania matura a metà del primo tempo: Mascara, che è il più sveglio della compagnia, approfitta dell’uscita dal fortino di Kaladze, apre su Spinesi che aggira Kalac in uscita e poi pesca sul secondo palo Martinez. Non c’è traccia di Favalli, suo controllore, anche se a contarli bene, nell’area piccola, sono cinque rossoneri contro due del Catania. Quando il Milan cambia copione e prova all’antica maniera (cross lungo dai lati), si alza puntualmente in quota Terlizzi e con le sue capocciate assicura stabilità alla difesa etnea. Un solo scossone subisce il Catania, dovuto alla discesa di Favalli, al cross che Edusei (scivolando e perciò involontariamente) tocca con la mano. Il resto succede nelle viscere dello stadio, a fine partita.